ragazza con smartphone e occhi puntati

Lo sguardo dei social media e la bellezza digitale

“Essere visti” è sempre stato parte dell’esperienza umana, ma con l’avvento dei social media questo aspetto dell’esistenza si è amplificato in maniera esponenziale. Lo sguardo a cui siamo sottoposti non è più solo quello delle persone intorno a noi, ma è universale, invisibile e permanente. È uno sguardo che osserva e che allo stesso tempo giudica, filtra, approva o ignora e che, in alcuni casi, definisce l’identità stessa di chi lo subisce. Ogni foto postata su Instagram (Fig. 1), ogni video su TikTok, ogni selfie nelle storie è pensato per essere guardato. Non solo. È pensato per essere valutato con un “like”. Per molti una vera e propria forma di approvazione, un segnale codificato che vuol dire “sei abbastanza”.

profilo instagram su smartphone

Fig. 1. Profilo Instagram. Unsplash.

Questo meccanismo psicologico ha radicalmente trasformato il modo in cui percepiamo noi stessi ed il nostro ruolo nella società. Ma che cosa significa nel concreto vivere costantemente posti sotto una lente di ingrandimento? Quali effetti ha sulla percezione che abbiamo di noi stessi?

L’occhio digitale: uno sguardo collettivo che giudica e definisce chi siamo

Sui social network l’occhio non è mai imparziale. Al contrario, è selettivo, estetico e performante ed il nostro comportamento online si adatta inevitabilmente a queste regole non scritte. Tutto ciò che pubblichiamo è pensato appositamente per essere visto, per piacere ed essere approvato. In altre parole, deve rispondere ai canoni della cosiddetta “bellezza digitale”, che predilige la perfezione, premia determinate forme corporee e volti ed ignora o penalizza ciò che esce da quello che è comunemente definito come standard (Giovanni Mario Piazza, Bellezza Digitale: come i social media ridefiniscono gli standard estetici – Tesi Università di Padova in Internet https://thesis.unipd.it/retrieve/0115c65b-d653-4c02-bf38-e9c1e5633d51/Piazza_GiovanniMario.pdf ).

In questo contesto lo sguardo social diventa oggettificante: trasforma il corpo da qualcosa di personale ed intimo in un “progetto visivo” che va migliorato, ottimizzato e curato in ogni dettaglio, fino a diventare un’immagine pronta da consumare. Uno studio condotto su un campione di oltre 2.500 ragazzi (Nikol Kvardová, Hana Macháčková, Chelly Maes e Laura Vandenbosch, Navigating Beauty Standards on Social Media: Impact of Appearance Activity on Adolescents’ Body Dissatisfaction, Journal of Youth and Adolescence, 2025) ha dimostrato come lo sguardo social influenzi il comportamento e la percezione corporea degli adolescenti, i quali vivono pressioni legate all’aspetto fisico, completamente immersi in un ciclo continuo che si articola in tre fasi:

  1. guardare: la prima fase consiste nel consumo e nell’interiorizzazione di contenuti estetici, volti perfetti, corpi idealizzati e filtri che rendono ogni immagine omogenea ed “appetibile”;
  2. confrontarsi: a partire dalla fase di osservazione si genera il confronto tra sé e gli standard estetici proposti sui social;
  3. modificarsi: il confronto con gli standard estetici promossi dai social porta alla volontà di trasformare il proprio aspetto, fisico o virtuale, per aderire ai modelli proposti e desiderati.

Questo ciclo ha effetti psicologici evidenti, come l’insoddisfazione corporea, l’ansia sociale e la distorsione della percezione di sé. Non solo: per molti diventa un’ossessione e chi guarda finisce per vedersi attraverso gli occhi degli altri, perdendo di vista la propria autenticità e valore intrinseco.

Corpo reale vs corpo ideale

Piattaforme come Instagram e TikTok hanno amplificato la cosiddetta “pressione visiva”, cioè l’esigenza fisica e psicologica di apparire visivamente accattivanti, al fine di farsi notare nel flusso costante di informazioni e catturare l’attenzione degli utenti in rete, cercando di perseguire caratteristiche estetiche quali la perfezione, intesa come assenza di difetti, la simmetria, cioè volti e corpi armoniosi, e la sessualizzazione estetica attraverso pose, filtri ed una mimica costruita ad hoc. Questo fenomeno ha portato ad una crescente diffusione di immagini “perfette” o, per meglio dire, “perfezionate”, che sebbene non rispecchino la realtà, promuovono un ideale estetico spesso irraggiungibile nella vita quotidiana, generando una contrapposizione continua tra corpo reale e corpo ideale. L’individuo è dunque spinto a cercare un’immagine perfetta e performante (Fig. 2). Il risultato? Una cultura in cui l’apparenza non solo conta, ma diventa l’unico criterio di valutazione. La bellezza è percepita come una competizione senza fine, dove difetti ed imperfezioni sono visti come segni di debolezza.

Confronto volto naturale e volto perfezionato

Fig. 2. Confronto fra volto naturale e volto perfezionato con filtri estetici. Freepik.

La discrepanza tra corpo reale e corpo ideale non sempre è percepita dagli utenti, specialmente dai più giovani, i quali, essendo costantemente sottoposti all’esposizione prolungata a contenuti “perfezionati” sui social, iniziano a provare insoddisfazione corporea ed inadeguatezza. Sensazioni che possono sfociare in episodi di body dysmorphia (dismorfismo corporeo), una distorsione della percezione corporea che porta ad un’eccessiva preoccupazione per imperfezioni minime, spesso amplificate dai filtri e dalla luce digitale. Uno studio del 2020, pubblicato sul Journal of Adolescent Health, ha mostrato come gli adolescenti e i giovani adulti che trascorrono più di tre ore al giorno sui social tendano a confrontarsi di più con modelli irrealistici ed irraggiungibili, sviluppando di conseguenza insicurezza a livello fisico. Senza contare, poi, che la svalutazione dell’aspetto esteriore può arrivare in alcuni casi ad estendersi alla percezione del proprio valore e della propria identità, creando un circolo vizioso in cui la ricerca della perfezione estetica diventa un obiettivo costante ed irrealizzabile.

Effetti psicologici

La continua esposizione e performatività sui social media ha un effetto dannoso a livello psicologico. Per esempio, può causare:

  • auto-oggettificazione: vedere sé stessi come un’immagine da perfezionare incessantemente, anziché come una persona complessa con infinite sfumature;
  • autocontrollo ossessivo: bisogno costante di nascondere difetti e controllare il profilo di continuo come se fossimo spettatori di noi stessi;
  • comparazione sociale costante: confronto continuo con modelli irrealistici perlopiù irraggiungibili;
  • dipendenza dal feedback: l’ossessione per like, commenti e follower diventa una misura del nostro valore.

Questi meccanismi psicologici possono aumentare il rischio di insicurezza cronica, disturbi alimentari, ansia da performance estetica e, come abbiamo già visto, dismorfismo corporeo. Nei casi più gravi, possono anche portare a vere e proprie patologie psichiatriche legate all’immagine corporea.

Influencer ed ingegneria del Sé

Se è vero che i social media hanno assunto un ruolo centrale nel definire i canoni di bellezza contemporanei, è vero anche che figure quali influencer (Fig. 3) hanno contribuito a diffondere il nuovo standard estetico. I contenuti da essi pubblicati sono diventati dei modelli di riferimento a tutti gli effetti ed hanno favorito l’auto-costruzione di un’identità estetica da parte delle nuove generazioni, definita “ingegneria del Sé” (La casa degli specchi: la rifrazione degli standard di bellezza su TikTok e l’ingegneria del Sé, in Internet https://www.alfemminile.com/culture/industria-beauty-gli-standard-di-bellezza-su-tik-tok-e-l-ingegneria-del-se/), portando ad un livello sempre crescente di omologazione.

Influencer

Fig. 3. Influencer. Freepik.

Sebbene, infatti, molti dei giovani che pubblicano contenuti sui social network pensino di essere esteticamente unici ed originali, in realtà non fanno altro che riproporre tendenze largamente condivise. In questo contesto, l’autenticità finisce spesso con l’essere sacrificata a vantaggio di un’estetica che premia l’omogeneità e la perfezione.

Cosa possiamo fare?

Nonostante la prevalenza di questi fenomeni, ci sono diverse strategie che ci possono aiutare a riappropriarci del nostro sguardo e combattere gli effetti negativi della visibilità online.

  • Educare lo sguardo: insegnare ai più giovani (e a noi stessi) a riconoscere i filtri, gli standard artificiali e le tecniche di manipolazione visiva.
  • Curare il proprio feed: seguire account che mostrano corpi reali e che celebrano la diversità e le imperfezioni può aiutare a promuovere la realtà e a migliorare l’autopercezione.
  • Coltivare l’autenticità: non tutto deve essere perfetto, né postato. Bisogna imparare a fare spazio a ciò che è autentico, imperfetto e soprattutto “non instagrammabile”.
  • Fare pause visive: prendersi pause lontano dagli schermi aiuta a riscoprire il corpo nella sua forma naturale, senza filtri né pressioni esterne.
  • Promuovere l’alfabetizzazione visiva a scuola: è essenziale educare i giovani a comprendere come le immagini digitali possano influenzare le nostre percezioni e a proteggere il nostro benessere psicologico da tali influenze.

In altre parole, dobbiamo imparare a sviluppare e a promuovere uno sguardo critico e consapevole nei confronti dei contenuti che vengono pubblicati sui social media.

Non immagini perfette, ma esseri umani

Al giorno d’oggi siamo abituati a vivere in una società in cui prevale la tendenza a mostrarsi piuttosto che ad esserci. L’antica dicotomia tra l’essere e l’apparire. Con l’avvento dei social network si sono imposti canoni estetici sempre più orientati alla perfezione e all’omologazione. Parallelamente, si sono diffusi movimenti finalizzati a promuovere una rappresentazione più inclusiva della bellezza, come il movimento #BodyPositive e #SelfLove, che cercano di contrastare gli ideali estetici omogenei e di valorizzare la diversità. Il loro scopo è di fatto sfidare i rigidi standard estetici imposti dai social, promuovendo un’immagine della bellezza più ampia e realistica.

Sebbene, quindi, i social network siano perlopiù promotori di immagini “perfettamente irrealistiche”, non bisogna stigmatizzare tutto ciò che veicolano. È vero, piattaforme come Instagram e TikTok hanno amplificato il concetto di essere osservati, al punto tale da diventare in alcuni casi una gabbia e farci perdere il controllo su noi stessi a favore del giudizio altrui. La buona notizia, però, è che possiamo riappropriarci del nostro sguardo, riscoprendo la bellezza dell’autenticità, così da tornare a vederci come persone reali e non solo immagini.

Abituarsi a considerare il fatto che dietro l’immagine di un volto vi è sempre una persona, con le sue bellezze ed i suoi limiti. È la conoscenza di una persona, per come è realmente, la vera bellezza di un rapporto interpersonale. Spesso sono proprio i limiti la caratteristica più bella ed interessante di un individuo. Coltivare un rapporto sano con la propria identità fisica e psicologica significa anche cambiare il modo in cui guardiamo noi stessi. E, in fondo, anche quello in cui guardiamo gli altri.

Viviamo in un mondo dove l’immagine precede e determina il reale.

(Jean Baudrillard)

Veronica Elia