Guardarsi negli occhi è una delle forme di comunicazione più immediate e potenti che conosciamo. In pochi istanti può nascere fiducia, imbarazzo, attenzione o distanza. A volte basta uno sguardo per capirsi e, perché no, per innamorarsi. Ma che cosa succede quando questo gesto viene filtrato da uno schermo?
Ti è mai capitato di parlare in videochiamata e avere la sensazione che l’altro non ti stesse davvero guardando? Non è solo un’impressione: è un effetto strutturale della comunicazione, che modifica il modo in cui percepiamo lo sguardo e la presenza dell’altro.
Nelle videochiamate, ormai parte integrante di lavoro, studio e relazioni personali, il contatto oculare sembra venire meno, anche se in realtà non scompare del tutto. Si trasforma. Il cosiddetto digital eye contact, o contatto oculare mediato digitalmente, descrive proprio questa trasformazione: la sensazione, spesso imperfetta, di guardarsi negli occhi attraverso uno schermo.
Il contatto oculare digitale
Da quando le videochiamate sono entrate nella nostra quotidianità, una domanda ricorre spesso: perché guardare negli occhi l’altra persona sullo schermo non produce la stessa sensazione di un incontro faccia a faccia?
In breve, il digital eye contact cambia tre aspetti fondamentali della comunicazione:
- sincronizzazione: il cervello si allinea meno a quello dell’interlocutore, riducendo empatia e fluidità della conversazione;
- direzione dello sguardo: il disallineamento tra webcam e occhi sullo schermo crea un contatto visivo “quasi”, ma non del tutto reale;
- carico cognitivo: interpretare segnali visivi incompleti richiede più energia mentale, contribuendo alla fatica da videoconferenza.
Diversi studi scientifici recenti mostrano che, nonostante la tecnologia, il contatto oculare digitale (Fig. 1) non è in grado di replicare pienamente le funzioni sociali, cognitive ed emotive del contatto visivo reale. In presenza fisica, il contatto oculare attiva meccanismi profondi di sincronizzazione interpersonale.

Fig.1. Contatto oculare digitale. Freepik.
Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha confrontato interazione faccia a faccia e online, usando l’hyperscanning con spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS), una tecnica neuroscientifica avanzata che misura simultaneamente l’attività cerebrale di due o più persone durante le interazioni sociali reali.
I ricercatori hanno chiesto a 28 partecipanti, organizzati in coppie, di guardarsi negli occhi, sia dal vivo che in videochiamata. I risultati hanno mostrato che la sincronizzazione dell’attività cerebrale è significativamente più alta in presenza. Nella comunicazione online questa sincronizzazione risulta ridotta, probabilmente a causa della mancanza di micro-movimenti facciali sottili, dei ritardi di trasmissione e del fatto che, per simulare il contatto oculare, si guarda la telecamera invece che gli occhi dell’interlocutore. (Sato, R., & Sato, H., 2025, Synchronization of brain activity associated with eye contact: comparison of face-to-face and online communication, Scinetific Reports, https://www.nature.com/articles/s41598-024-84602-x).
In pratica, anche se ci guardiamo attraverso lo schermo, il nostro cervello non “si sincronizza” con quello dell’altro come accade dal vivo. Questo riduce empatia, sintonia e naturalezza della conversazione.
Un disallineamento che cambia la percezione
Per guardare qualcuno negli occhi durante una videochiamata dovremmo volgere lo sguardo verso la webcam. Eppure, per vedere davvero l’altro, osserviamo lo schermo. Questo piccolo disallineamento (Fig. 2) è sufficiente a modificare la percezione di contatto visivo e la qualità complessiva dell’interazione. Nelle videochiamate guardiamo gli occhi dell’altro, ma l’altro vede che guardiamo altrove. È questo scarto minimo a rendere il contatto visivo digitale “quasi”, ma non del tutto reale.

Fig. 2. Disallineamento dello sguardo. AI.
Come evidenziato in un articolo pubblicato su Trends in Cognitive Sciences, piattaforme come Zoom alterano profondamente il comportamento naturale del contatto oculare, soprattutto per mancanza di direzionalità reale e parallasse del movimento. Il risultato è una sorta di “illusione imperfetta”: pensiamo di stabilire un contatto visivo, ma l’altro spesso percepisce uno sguardo leggermente fuori asse (Nikolaus F. Troje, 2023, Zoom disrupts eye contact behaviour: problems and solutions, Trends in Cognitive Sciences, https://www.cell.com/trends/cognitive-sciences/abstract/S1364-6613(23)00048-7).
L’effetto della “visualità distorta”
Altri studi hanno esplorato l’esperienza soggettiva del contatto oculare in video, confrontando una condizione di contatto oculare reciproco reale con una di “visualità distorta”, come ad esempio la tipica situazione di Zoom, in cui chi osserva lo schermo sembra guardare verso il basso.
I partecipanti hanno descritto il contatto oculare reale come uno strumento fondamentale per costruire la relazione, in quanto contribuisce a regolare il turno di parola, ridurre l’intimidazione e aumentare il senso di connessione. Al contrario, la sua assenza genera distanza emotiva, maggiore autocoscienza e la sensazione di dover “gestire attivamente” l’interazione (Kaiser, N., Henry, K., & Eyjólfsdóttir, H., 2022, Eye Contact in Video Communication: Experiences of Co-creating Relationships, Frontiers in Psychology, https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2022.852692/full).
È la classica situazione in cui l’interlocutore sembra guardare verso il basso mentre ti parla: non è distratto, sta semplicemente guardando il tuo volto sullo schermo.
Il carico cognitivo delle videochiamate
Un aspetto importante, seppur meno considerato, del digital eye contact riguarda il carico cognitivo aggiuntivo. Nelle interazioni faccia a faccia, lo sguardo funziona in modo automatico e fluido. Nelle videoconferenze, invece, questo meccanismo diventa meno naturale. Il cervello deve quindi impegnarsi di più per integrare segnali incompleti, interpretare sguardi ambigui e mantenere un livello di attenzione costante. Inoltre, mentre dal vivo lo sguardo è fluido e intermittente, nelle videochiamate tende a diventare rigido, prolungato e controllato.

Fig. 3. Videoconference fatigue o Zoom fatigue. Freepik.
Questo sforzo extra contribuisce in modo significativo alla cosiddetta “Videoconference fatigue” o “Zoom fatigue” (Fig. 3), quel senso di esaurimento mentale, emotivo e fisico che molte persone provano dopo ore di chiamate video. Tra le cause principali, vi sono il contatto visivo intenso e prolungato, l’elevato carico cognitivo, la continua visione di sé sullo schermo e la ridotta libertà di movimento (René Riedl, 2021, On the stress potential of videoconferencing: definition and root causes of Zoom fatigue, https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35600914/).
Segnali che il tuo cervello sta faticando in videochiamata:
- sguardo rigido o fisso;
- difficoltà a interpretare le espressioni;
- sensazione di “recitare”;
- stanchezza visiva e mentale;
- iper‑consapevolezza del proprio volto.
Per cercare di ridurre il senso di affaticamento, è possibile adottare semplici strategie, come:
- mantenere una postura corretta;
- usare espressioni facciali e gesti per simulare una comunicazione più naturale;
- ridurre le distrazioni;
- fare qualche pausa;
- partecipare attivamente alla videochiamata, ponendo domande o prendendo appunti.
La simulazione artificiale del contatto oculare funziona davvero?
“Guardare in camera” è un consiglio molto diffuso per simulare il contatto oculare e trasmettere sicurezza, soprattutto nei colloqui di lavoro. Tuttavia, la ricerca mette in discussione la sua reale efficacia. Uno studio del Virginia Tech ha testato questo assunto con esperimenti di eye-tracking e valutazioni di video. Il risultato è stato chiaro: la simulazione del contatto oculare non ha prodotto differenze significative nelle valutazioni degli intervistatori.
È probabile che con la crescente familiarità con le videochiamate, le persone siano diventate meno sensibili a queste discrepanze. Anzi, forzare troppo lo sguardo nella telecamera può addirittura ridurre la capacità di cogliere i segnali non verbali (Andrew Jelson, Md Tahsin Tausif, Sol Ie Lim, Soumya Khanna, Sang Won Lee, 2025, Investigating the Effects of Simulated Eye Contact in Video Call Interviews, https://dl.acm.org/doi/10.1145/3706598.3713282). Il punto non è fissare la webcam, ma usare lo sguardo in modo più flessibile e naturale, alternando brevi momenti di “sguardo in camera” a momenti di osservazione dello schermo.
Tecniche per migliorare il digital eye contact
Sistemi basati su Intelligenza Artificiale ed eye-tracking stanno cercando di riallineare lo sguardo digitale, creando l’impressione di un contatto oculare diretto. Nel 2021 è stato sviluppato LookAtChat, un sistema di videoconferenza che usa l’eye-tracking della webcam per visualizzare in tempo reale “chi sta guardando chi”, attraverso frecce direzionali e trasformazioni prospettiche. I test hanno dimostrato che queste visualizzazioni aumentano il senso di presenza sociale, il coinvolgimento e la qualità percepita della conversazione (Zhenyi He, Ruofei Du, and Ken Perlin, 2021, LookAtChat: Visualizing Eye Contacts for Remote Small-Group Conversations, https://arxiv.org/pdf/2107.06265).
Anche noi quotidianamente possiamo adottare dei piccoli accorgimenti pratici per migliorare il contatto oculare digitale, tra cui:
- alternare lo sguardo tra telecamera e schermo;
- posizionare la telecamera ad altezza occhi, in modo da diminuire l’effetto “sguardo verso il basso”;
- sposta la finestra dell’interlocutore vicino alla webcam;
- essere più espliciti con le parole quando lo sguardo non basta;
- interpretare con flessibilità lo sguardo altrui;
- disattivare la propria immagine per evitare distrazioni e ridurre l’autoconsapevolezza;
- sperimentare tool che rendono visibile la direzione dello sguardo;
- alternare lo sguardo tra schermo e camera ogni 5–7 secondi
- usare micro‑movimenti del capo per simulare naturalezza.
Conclusioni
Il contatto oculare (Fig. 4) è uno degli strumenti più potenti per creare connessione, fiducia e comprensione reciproca. È uno dei fili invisibili che ci permettono di sentirci davvero connessi gli uni agli altri. La comunicazione digitale non ha eliminato questo filo, ma lo ha reso più sottile e difficile da cogliere.

Fig. 4. Contatto oculare reale vs contatto oculare digitale. AI.
Tuttavia, non dobbiamo demonizzare strumenti come Zoom o Teams. La ricerca ci aiuta a comprenderne i limiti e ci offre, allo stesso tempo, strumenti concreti per superarli: maggiore consapevolezza di come funziona il nostro sguardo, più flessibilità nell’interpretare quello degli altri e strumenti tecnologici intelligenti.
Guardarsi negli occhi, anche attraverso uno schermo, resta un piccolo atto di presenza e umanità. Imparare a gestire lo sguardo nel mondo digitale significa comprendere meglio non solo la comunicazione mediata, ma anche le dinamiche profonde delle relazioni, e scoprire modi nuovi e più consapevoli di connetterci nella vita reale.
Lo sguardo digitale non è “difettoso”: è semplicemente diverso. E possiamo imparare a usarlo meglio, con più consapevolezza e meno fatica.
L’assenza dello sguardo è corresponsabile della perdita d’empatia nell’epoca digitale.
Byung-Chul Han
Veronica Elia
