Origini del malocchio: tra letteratura, superstizione e psicologia
“Rosario Chiarchiaro s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere” scrive Luigi Pirandello del protagonista de “La patente” messo al bando per la sua presunta capacità di diffondere la malasorte. Mentre il giudice vorrebbe rendergli giustizia condannando i suoi diffamatori, lui realizza che non sarà una sentenza a restituirgli una vita ormai rovinata dalla reputazione che lo precede. Tanto vale allora indossare la maschera che gli altri vogliono per lui e trarne vantaggio, esercitando legalmente il mestiere di iettatore.
Dal Nobel per la letteratura al metaverso, lo sguardo che infligge sciagure ha attraversato i millenni, mutando forma ma non sostanza. Oggi come ieri, il timore dell’invidia e della negatività continua a modellare gesti, riti e simboli di protezione.

Fig. 1. Totò nell’episodio La patente del film “Questa è la vita” (1954), Wikipedia.org.
Se chi lanciasse il malocchio non fosse munito di patente ufficiale, e al di fuori dell’immaginazione pirandelliana probabilmente non lo è, allora vale la pena ripercorrere le pratiche apotropaiche per allontanarlo e la storia millenaria di questa credenza, o per meglio dire di questa superstizione per gli scettici che non temono la sfortuna.
Il malocchio, ovvero l’occhio malvagio che genera una forte energia negativa sul malcapitato portando sventura e disgrazie inaspettate oppure disturbi fisici come mal di testa, insonnia e stanchezza immotivata, solitamente nasce dall’invidia anche inconsapevole e non di rado è camuffato da ammirazione. Oggi, nell’epoca dei social dove tutto è sempre più esposto allo sguardo collettivo, sembra essersi trasformato in un fenomeno digitale dove si fanno spazio gli haters, i leoni da tastiera che, trincerati dietro lo schermo, traducono la malevolenza in una tagliente gogna moderna di energia negativa.
Riti contro il malocchio: acqua, olio, sale e tradizioni popolari
I riti di liberazione dal malocchio, diffusi soprattutto nel Mezzogiorno, evocano alla mente una serie di immagini di magia popolare fatta di acqua, olio, sale e croci per affrancarsi da questo sguardo cattivo e, su un piano psicologico, rispondere all’esigenza profonda di recuperare un senso di protezione e potere personale.
Non ci sono testi scritti, solo orazioni e cerimonie basate su un sincretismo fra elementi cristiani e rituali pagani, tramandate in segreto in forma orale in linea femminile di nonna in nipote rigorosamente nella notte di Natale, come a prendere il testimone dei riti di stregoneria ma con la benevolenza dei Santi, della Vergine e di Gesù.

Fig. 2. Rito dell’ucchiatura, Gratitudeinfinie.com.
Prima di toglierlo, occorre accertarsi che l’affascino sia presente. Uno dei metodi più diffusi è il rito dell’olio nell’acqua, conosciuto in Sicilia come ucchiatura: si prende un piatto bianco fondo, vi si versa dell’acqua e poi qualche goccia d’olio. Se queste rimangono compatte, è assente. Se invece si espandono o si dissolvono, allora si procede con la purificazione: la guaritrice getta tre pizzichi di sale sopra l’olio ovvero simbolicamente sugli occhi di chi ha guardato male, mentre recita preghiere in dialetto e, nel pronunciare l’ultima frase, lascia cadere dal dito mignolo quattro gocce d’olio formando una croce sul piatto con l’acqua. Infine, traccia il segno della croce con la punta del pollice, indice e medio della mano destra, nell’ordine su fronte, petto, spalla sinistra e destra della persona maleficiata.
Se l’acqua è da sempre protagonista di pratiche catartiche per corpo e spirito in tutte le tradizioni, l’olio d’oliva nel cristianesimo è segno di presenza divina, basti pensare a sacramenti come la cresima e l’estrema unzione, e nell’antichità era usato per preparare profumi e glorificare gli eroi. Olio e sale in passato erano materie preziose e il potere purificante del sale di assorbire le negatività viene spesso usato anche negli ambienti. In molte tradizioni mediterranee, infatti, si usa gettare un pizzico di sale dietro la spalla sinistra per scacciare la malasorte, un gesto semplice ma profondamente radicato nell’immaginario collettivo.
Simboli apotropaici: Nazar, cornetto rosso e occhio di Horus

Fig. 3. Nazar detto anche Occhio di Allah, Pexels.
Del malocchio si parla in testi sacri come il Corano, dove viene indicato come una forza spirituale capace di produrre malesseri reali, e la Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Nel libro dell’Esodo (20,17) si ammonisce il desiderio possessivo e l’invidia come peccato del cuore umano, precetto del decimo comandamento, di cui parlerà anche Gesù nei Vangeli, metaforizzando l’occhio malevolo come indicatore del corpo, “Ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre” (Matteo 6,23).
Associato alla figura di Dio-Allah come invocazione divina contro il male ma di molto precedente alla religione islamica, è il Nazar, termine arabo che significa appunto sguardo, un amuleto a forma di occhio con l’iride azzurra originario della Turchia che restituisce lo sguardo di sventura. In numerose credenze antiche, fra cui quella di Roma, il colore azzurro degli occhi era infatti di cattivo auspicio e gli si attribuiva una spiccata capacità di esercitare il malocchio.
Oggi il Nazar ha assunto toni pop: lo si trova su bracciali, portachiavi e persino emoji, segno di come l’ancestrale bisogno di protezione continui a rinnovarsi nel linguaggio digitale. Si dice che per avere effetto lo si debba ricevere in dono, come il cornetto rosso contro la iattura della tradizione napoletana.

Fig. 4. Cornetto rosso contro la iattura, Levocidinapoli.it.
Sulle origini di quest’ultimo ci sono più ipotesi. Una lo vuole collegato alla forma dell’organo riproduttivo maschile che nell’antichità era simbolo di prosperità e protezione dal malaugurio; per un’altra invece si rifà al peperoncino di cui ha anche il colore, considerato un portafortuna per i benefici che apporta all’organismo. Nella cultura napoletana, il cornetto è più di un amuleto: è un simbolo identitario, un modo ironico e folcloristico per sfidare la sfortuna. Talvolta è anche in corallo. Immagini dell’amuleto fallico, detto anche fascinus per la sua funzione di affascinare e neutralizzare l’occhio cattivo, parola tuttavia utilizzata anche per designare il malocchio stesso, erano molto diffuse nell’Impero Romano. E il corallo, sempre presso i latini, si pensava derivasse dal sangue di Medusa, la gorgone dallo sguardo pietrificante usata dai greci come protezione sugli scudi dei guerrieri, i vasi, gli edifici.

Fig. 5. Mosaico della Casa del Malocchio di Antiochia, II secolo d.C., Wikimedia.org.
La paura per il potere dello sguardo affonda le sue radici nell’animo umano e dunque nei tempi più remoti. Già sumeri e babilonesi facevano riti sacrificali credendo che Anu, sovrano degli dei, avesse creato i demoni per invidia degli uomini. E chi più degli Egizi, cultori per eccellenza della simbologia, avrebbe potuto raffigurare l’occhio: in 5.000 anni di regno l’occhio di Ra, ovvero un occhio di falco con sopra un disco solare ed ureo, e quello di Horus, un occhio umano con una linea ed una spirale sulla palpebra inferiore simile ad una lacrima, finirono per sovrapporsi. L’occhio di Horus, figlio di Osiride e Iside, rappresentava la resurrezione e la vittoria del bene sul male, e dunque era utilizzato anche contro il malocchio. L’occhio di Horus è riprodotto ai giorni nostri in gioielli, tatuaggi e oggetti di design come simbolo di rinascita e protezione, a testimonianza della sua forza archetipica.

Fig. 6. Occhio di Horus detto anche Occhio di Ra all’interno della croce ansata, Pexels.
A leggerlo sotto una lente psicologica, il malocchio potrebbe non essere altro che il riflesso delle paure più ataviche dell’essere umano, fra le quali lo sguardo dell’altro continua a esercitare un potere tanto forte da ricercarne uno che lo sia altrettanto per contrastarlo. Quello del talismano.
Claudia Chiari
