Claude Monet Impression, soleil levant

Come la cataratta trasformò il modo di vedere e dipingere di Monet

Claude Monet Impression, soleil levant

Fig. 1. Claude Monet, Impression, soleil levant, 1872, Musée Marmottan, Parigi. L’opera che dà il nome all’Impressionismo: un esempio perfetto della sua sensibilità alla luce prima della cataratta. Commons Wikimedia.

Claude Monet, pittore francese tra i principali esponenti dell’Impressionismo (Fig. 1), inseguì la luce per tutta la vita: la osservò, la scompose, la dipinse in ogni sua vibrazione. Nessun altro pittore ha trasformato l’istante in colore con la stessa ostinazione. Ma quando, all’inizio del Novecento, la cataratta iniziò a velare la sua vista, anche il suo modo di dipingere cambiò radicalmente.

Monet vide progressivamente alterarsi i contorni delle forme e le tonalità cromatiche che avevano alimentato la sua ricerca pittorica per decenni. Le sue tele divennero così non solo opere d’arte, ma anche una straordinaria testimonianza del modo in cui la cataratta può trasformare la percezione visiva del mondo.

Che cos’è la cataratta?
cataratta nell'occhio umano

Fig. 2. Cataratta nell’occhio umano: l’opacizzazione del cristallino che altera nitidezza e percezione dei colori. Commons Wikimedia.

La cataratta è una patologia caratterizzata dall’opacizzazione del cristallino, la lente naturale dell’occhio che permette di mettere a fuoco le immagini sulla retina. Con il passare del tempo, il cristallino perde trasparenza (Fig. 2) rendendo la visione sempre più velata. L’invecchiamento è la causa più comune, ma altri fattori come traumi oculari, uso prolungato di farmaci, esposizione a raggi X o infrarossi, diabete, malnutrizione, fumo, alcol ed esposizione prolungata alla luce solare diretta possono favorirne la comparsa.

I sintomi iniziali possono includere:

intervento cataratta

Fig. 3. Fasi dell’intervento chirurgico della cataratta: rimozione del cristallino opacizzato e sostituzione con lente artificiale. Commons Wikimedia.

  • offuscamento della vista;
  • visione di aloni e bagliori attorno alle luci;
  • lieve sdoppiamento della vista
  • riduzione del contrasto;
  • maggiore sensibilità all’abbagliamento;
  • alterazione della percezione dei colori (difficoltà a distinguere il blu dal nero, tendenza dei colori a virare verso il giallo).

(Leila M. Khazaeni, “Cataratta”, Manuale MSD https://www.msdmanuals.com/it).

Quando questi sintomi diventano significativi, limitando eccessivamente la capacità e la limpidezza visiva del soggetto affetto, vi è la necessità di ricorrere all’intervento chirurgico (Fig. 3).

È evidente che per un pittore che aveva fatto della luce e del colore il centro della propria ricerca artistica, la comparsa della cataratta ebbe conseguenze inevitabili.

Monet prima della cataratta – La pittura come percezione perfetta
Cattedrale di Rouen Claude Monet

Fig. 4. Claude Monet, Cattedrale di Rouen, pomeriggio, 1894, Collezione privata. Toni freddi e variazioni luminose prima dell’insorgere della cataratta. Commons Wikimedia.

Fino ai primi anni del Novecento, prima che la cataratta modificasse la sua percezione visiva, Monet dipinse con una tavolozza limpida, luminosa e ricca di sfumature. Le celebri serie dedicate ai Covoni, alla facciata della Cattedrale di Rouen (Fig. 4) e alle Ninfee mostrano una straordinaria sensibilità alle variazioni atmosferiche e un controllo magistrale delle stesse. I blu, i verdi e i violetti dominano la scena, mentre le forme, pur immerse nella luce, restano leggibili. (P. H. Tucker, Monet in the 20th Century, 1998).

La progressiva perdita della vista – Quando i colori cambiano davvero

Intorno al 1912 i medici diagnosticarono a Monet una cataratta bilaterale. L’anno seguente il pittore si recò a Londra per un consulto con l’oftalmologo tedesco Richard Liebreich, primario di oftalmologia presso l’ospedale St. Thomas, il quale gli prescrisse nuovi occhiali e consigliò l’intervento all’occhio destro. Monet rifiutò (Ravin, Monet’s Cataracts, 1985, https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/399591?utm).

Negli anni successivi le difficoltà aumentarono. Monet faticava sempre di più a distinguere le tonalità, tanto da arrivare a etichettare i propri tubetti di vernice. Alcuni pigmenti apparivano identici, mentre altri risultavano completamente alterati. I blu svanivano, mentre rossi e gialli prendevano il sopravvento. Anche l’abbagliamento rendeva complicato dipingere all’aperto. Le tele di questo periodo assunsero pertanto tonalità più calde, tendenti all’arancio e al bruno. Le forme diventarono meno definite e le pennellate più ampie e gestuali. Non si tratta solo di una scelta estetica, ma del riflesso di una percezione visiva profondamente alterata (Michael F. Marmor, Ophthalmology and Art: Simulation of Monet’s Cataracts and Degas’ Retinal Disease, 2008, https://jamanetwork.com/journals/jamaophthalmology/fullarticle/418859?utm).

Le Ninfee prima e dopo la cataratta – Un confronto visivo

È nelle Ninfee che la trasformazione diventa più evidente: la malattia entra letteralmente nella pittura.

La serie delle Ninfee (Fig. 5a e 5b) rappresentano il “laboratorio visivo” della malattia: prima luminose e ricche di riflessi, poi sempre più piatte, calde, avvolte da una foschia rossastra. È qui che la cataratta diventa linguaggio pittorico. Confrontando le opere realizzate prima e dopo l’aggravarsi della malattia, si nota la progressiva riduzione delle tonalità fredde, l’aumento dei contrasti cromatici e una foschia rossastra che avvolge le scene. Paradossalmente, proprio il deterioramento della vista spinse Monet verso soluzioni pittoriche più libere e moderne, che molti critici interpretano come anticipatrici dell’Espressionismo astratto (G. Hamilton, Aspects of Monet, 1984; P. H. Tucker, Monet in the 20th Century, 1998).

L’intervento chirurgico – La “visione bluastra” e la rinascita dei colori

Dopo anni di esitazioni, e spinto dall’amico Georges Clemenceau, nel 1923 Monet si sottopose all’intervento di rimozione della cataratta all’occhio destro. L’operazione riuscì, ma il recupero visivo fu complesso. Senza il cristallino opacizzato, la luce colpiva la retina con una forza nuova, provocando abbagliamenti e una curiosa “visione bluastra”. Dopo l’intervento all’occhio destro, Monet sperimentò una visione paradossale: più nitida, ma anche più fredda e tendente al blu. Alcuni studiosi ipotizzano che Monet potesse addirittura vedere una porzione dello spettro ultravioletto, fenomeno talvolta osservato nei soggetti privi del cristallino naturale.

Il dottor Jacques Mawas gli prescrisse l’uso di occhiali con lenti speciali: la sinistra opaca, per evitare la visione doppia, e la destra, corrispondente all’occhio operato, convessa e leggermente colorata. In questo modo si rettificava la visione dei colori e si attenuava la sensazione di abbagliamento (Ravin, Monet’s Cataracts, 1985, https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/399591?utm).

Grazie all’intervento e ai nuovi occhiali, nei dipinti successivi ricomparvero gradualmente i blu intensi e le tonalità fredde che erano quasi scomparse durante la fase più avanzata della malattia. (NDR: il cambiamento della percezione dei colori è un fenomeno di frequente riscontro da parte delle persone operate di cataratta.) Proprio in quegli anni Monet completò i dipinti delle Ninfee, in cui si può notare il ritorno all’uso di colori sgargianti come quelli precedenti al 1914.

Tuttavia, lo stile era cambiato. Monet stesso, all’interno della sua corrispondenza, ammise:

“I colori non avevano più la stessa intensità per me; non dipingevo più gli effetti di luce con la stessa precisione. Le tonalità del rosso cominciavano a sembrare fangose, i rosa diventavano sempre più pallidi e non riuscivo più a captare i toni intermedi o quelli più profondi […] Cominciai pian piano a mettermi alla prova con innumerevoli schizzi che mi portarono alla convinzione che lo studio della luce naturale non mi era più possibile ma d’altra parte mi rassicurarono dimostrandomi che, anche se minime variazioni di tonalità e delicate sfumature di colore non rientravano più nelle mie possibilità, ci vedevo ancora con la stessa chiarezza quando si trattava di colori vivaci, isolati all’interno di una massa di tonalità scure” (Michael F. Marmor, Ophthalmology and Art: Simulation of Monet’s Cataracts and Degas’ Retinal Disease, 2008, https://jamanetwork.com/journals/jamaophthalmology/fullarticle/418859?utm).

Le ultime opere – Verso l’astrazione

Le opere degli anni Venti, come le versioni del Ponte giapponese del 1924 (Fig. 6a e 6b) o La casa dell’artista, mostrano un linguaggio ormai vicino all’astrazione, risultando più ideali e progettuali. Non si tratta “solo” di evoluzione artistica. È il risultato di un doppio processo: l’evoluzione del linguaggio pittorico e la trasformazione biologica della vista. La cataratta non distrusse il talento di Monet, lo trasformò. Le sue opere tardive non sono semplicemente il prodotto di una vista deteriorata. Rappresentano l’adattamento creativo di un artista che continuò a dipingere la realtà, malgrado la sua percezione visiva stesse cambiando a causa della malattia.

In occasione della mostra tenutasi a Treviso tra l’ottobre 2001 e il febbraio 2002, I luoghi della pittura, il critico Marco Vallora scrisse “Non ‘poter vedere più’ era il vero dramma di Monet, che inquieta tutta la sua vita. La considerevole mostra che Treviso gli dedica, […] si può leggere anche così: la disperata battaglia di un artista contro il dilemma metafisico del vedere e, ancora di più, la consapevolezza di non poter davvero materializzare su una tela il misterioso atto della visione. Mai colmabile” (Marco Vallora, Monet ubriaco di luce, in Specchio La Stampa, n. 298, Torino, 27 ottobre 2001, pp. 88-97).

Conclusione – Arte, scienza e percezione

Le opere del pittore francese sono la testimonianza di come una condizione biologica possa modificare profondamente la produzione artistica. Grazie ai suoi quadri gli storici dell’arte e gli oftalmologi hanno potuto studiare gli effetti della cataratta sulla percezione dei colori.

La vicenda di Monet ricorda inoltre che la visione non è semplice registrazione della realtà, ma il risultato della sinergia tra l’occhio e il cervello attraverso processi neurofisiologici molto complessi nella formazione dell’immagine. Le sue tele sono un archivio visivo della percezione umana, un ponte tra arte e scienza. La visione non è mai neutra: è un atto creativo.

La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente.

(Pablo Picasso)

Veronica Elia