“I miei occhi hanno visto il pensiero per la prima volta” affermò il pittore belga René Magritte dopo aver preso contatto a Parigi con André Breton, fondatore dell’avanguardia surrealista. Vedere il pensiero è l’ossimoro ambizioso di questa corrente dal nuovo sguardo sul mondo permeato di psicologia e dimensione onirica: l’intenzione è osservare oltre la vista con l’occhio interiore, senza farsi imbrigliare da una realtà materica che mostra ma inganna, attira l’attenzione sul visibile ma nasconde l’invisibile che è la dimensione da cui tutto scaturisce.

Fig. 1. René Magritte insieme al suo quadro “La forza delle cose”, 1958, Ilpost.it.
Dal surrealismo di Breton alla libertà dell’occhio interiore
Tra i simboli più potenti del surrealismo, l’occhio di Magritte diventa specchio del pensiero e varco sull’invisibile. L’inconscio e la messa in discussione della realtà sono considerati il lasciapassare per la libertà. A questa rivoluzione silenziosa, il surrealismo affianca inevitabilmente l’iconografia dell’occhio, finestra per antonomasia sull’ambiente esterno e allo stesso tempo porta di accesso sulla verità introspettiva, o per lo meno su una visione esente da schemi e costrizioni. Si declina con toni di voce diversi a seconda dell’artista, da quello immaginifico e affascinante dell’egocentrico Salvador Dalì a quello dell’illusionismo onirico dell’intellettuale René Magritte.
Se il primo si muove fra colori caldi, linee sinuose, meccanismi del subconscio e libera associazione di idee, il secondo gioca con spostamenti di significato, accostamenti inconsueti e deformazioni irreali, interpretando la ricerca di libertà in maniera concettuale. La sua pittura non cerca di stupire con l’eccesso, ma con la precisione: ogni elemento è calibrato per generare uno scarto percettivo, un cortocircuito logico che costringe lo spettatore a interrogarsi.
Il sabotatore silenzioso: Magritte e il mistero della realtà
Una costante della sua poetica è la capacità di insinuare dubbi sulla verità attraverso la rappresentazione della realtà stessa: non la interpreta né la ritrae, ma ne mostra il mistero con uno sguardo aperto e perspicace. Questo suo modo di alludere al mistero, senza mai definirlo, gli valse l’appellativo di ‘saboteur tranquille’, il sabotatore silenzioso che destabilizza lo sguardo dell’osservatore.

Fig. 2. René Magritte, Il Tradimento delle immagini, 1929, Artesvelata.it.
Per Magritte essere liberi si traduce in un nuovo tipo di vista che va oltre l’inganno della raffigurazione e permette di aprirsi alle possibilità di essere: agli antipodi di Dalì, non fa emergere l’inconscio o l’automatismo psichico, ma rende inusuali gli oggetti decontestualizzandoli, svelando tratti affini al movimento artistico metafisico al quale si accomuna per la creazione di universi fantastici dai contenuti enigmatici apparentemente indecifrabili.
L’influenza metafisica non riguarda solo l’atmosfera sospesa, ma anche l’uso di oggetti comuni trasformati in enigmi visivi, un tratto che diventerà centrale nell’estetica magrittiana. Il suo periodo surrealista, dopo sperimentazioni cubiste, iniziò infatti dopo aver scoperto Giorgio de Chirico: il suo stile quasi da illustratore conserva tuttavia volutamente un aspetto pittorico freddo e impersonale, a tratti dalla connotazione infantile, senza ricercare alcun illusionismo.
Ceci n’est pas une pipe: il tradimento delle immagini
Emblematica una delle sue opere più famose, considerata fra i manifesti della corrente artistica: “Il tradimento delle immagini” (1929) dove con il pensiero Ceci n’est pas une pipe traduce in immagine la distanza insanabile fra la realtà e la sua rappresentazione, osservando con spirito acuto la differenza fra l’oggetto dipinto e quello reale. È un invito a diffidare delle immagini e, allo stesso tempo, a riconoscere il potere del linguaggio: ciò che vediamo non coincide mai con ciò che è. Con questa tela, mette in crisi il rapporto tra realtà e rappresentazione, anticipando riflessioni che ancora oggi influenzano la semiotica e la filosofia dell’immagine.
Ma il pezzo forte di Magritte, e del surrealismo in generale, è l’occhio: l’artista belga lo fa diventare cielo, lo mette al centro di un piatto incastonato in una fetta di prosciutto e all’interno di un tondo che lo isola dal suo contesto, e ancora lo sospende in aria come parte di un volto.
Il falso specchio e il ritratto: sguardi che interrogano

Fig. 3. René Magritte, Il falso specchio, 1928, Cultura.biografieonline.it.
“Il falso specchio” (1928), un altro dei suoi quadri icona, ritrae un grande occhio spalancato nel quale vi si specchia il cielo. L’idea dell’occhio sbarrato protagonista piacque così tanto a Luis Buñuel da farne la scena culto del suo cortometraggio “Un chien andalou” (1929), realizzato con Salvador Dalì. L’occhio occupa tutta la tela e innesca un gioco di riverberi: il cielo riflesso nell’iride dell’occhio, dove la pupilla appare come un’eclissi di sole che ne turba in qualche modo la serenità apparente, è destinato a cambiare a seconda di ciò che l’occhio guarderà. L’occhio non è più solo organo percettivo, ma diventa un paesaggio, un mondo a sé: ciò che osserva lo trasforma, e ciò che riflette lo definisce. Rappresenta bene lo sguardo del pittore stesso, uno sguardo lucido che si dedica all’osservazione della realtà circostante, lontano da dimensioni inconsce e pulsioni.

Fig. 4. René Magritte, Il ritratto, 1935, Artsy.net.
L’occhio con René Magritte diventa protagonista al di fuori del contesto in cui è inserito in opere come “Il ritratto” (1935) o come “L’occhio” (1968). La prima è una natura morta all’interno della quale l’occhio spicca in maniera quasi inquietante: una mise en place asciutta e spoglia si trasforma in qualcosa di immaginariamente vivo con quest’occhio che guarda l’osservatore dal centro della fetta di prosciutto nel piatto. Potrebbe essere quello dell’animale oppure dell’ospite che sta per sedersi a tavola: in ogni caso suscita domande e spiazza anche da un punto di vista cromatico, spezzando il perfetto equilibrio dell’opera calibrata sulle diverse tonalità di due colori principali, il giallo e il nero. L’effetto è volutamente perturbante: un oggetto quotidiano diventa improvvisamente vivo, quasi indiscreto, come se ci stesse osservando mentre lo osserviamo.

Fig. 5. René Magritte, L’occhio, incisione a colori firmata con timbro dell’Atelier Magritte, 1968, Artsper.com.
La seconda invece è un’incisione a colori su carta giapponese numerata, stampata a Parigi e timbrata dall’Atelier Magritte “Original Gravuere Atelier René Magritte”. Si tratta di un’inquadratura circolare su un occhio su fondo nero che lo isola dal resto del volto femminile a cui appartiene, come se stesse guardando dallo spioncino di una porta, un’eco ai codici del surrealismo stesso.
Scheherazade: la magia degli occhi che raccontano
E poi ci sono loro, gli occhi di “Scheherazade” (1950), probabilmente la più celebre fra le tante sue opere ispirate alla leggendaria fanciulla delle Mille e una notte. Il racconto narra che il re, dopo aver scoperto che la sua prima moglie lo tradiva, sposasse una nuova vergine ogni giorno e ogni giorno facesse decapitare la moglie del giorno precedente, fino a quando la figlia del visir non escogitò uno stratagemma. Ogni notte gli raccontava una storia, lasciandolo con il desiderio di ascoltare la successiva che sarebbe stata ancora più emozionante. E alla fine divenne sua regina.

Fig. 6. René Magritte, Sheherazade, 1950, ReneMagritte.org.
Magritte la ritrae nella sua essenza d’incanto. La bocca femminile color vermiglio è la protagonista della favola: è chiusa, ormai è mattina alle sue spalle e la storia da raccontare è terminata. Gli occhi invece parlano per la bocca, sono carichi di cose da dire e infondono il desiderio di ascoltare la prossima storia. Le sue parole sono perle preziose che metteranno fine a questo scempio di sangue e che trasformano lei stessa in un gioiello: occhi e bocca sono circondati da perle che disegnano raffinanti motivi orientaleggianti, e non serve altro per dipingerla. Magritte riduce la figura all’indispensabile, lasciando che siano gli occhi, e ciò che evocano, a raccontare la storia. È un ritratto che vive di sospensione, di attesa, di parola non detta.
Il silenzio del mondo secondo Magritte
Quest’opera di René Magritte, come tutte le altre, emana un silenzio ovattato ma brulicante di pensieri, un silenzio che non è assenza ma densità. Ogni immagine sembra trattenere un segreto, un enigma che non chiede di essere risolto ma contemplato. Magritte non vuole spiegare il mondo: vuole farci dubitare di ciò che crediamo di vedere, restituendo allo sguardo la sua libertà originaria. “Sentire il silenzio del mondo”, che lui descrisse come suo unico desiderio, significa accettare che la realtà è fatta di misteri, di spazi vuoti, di possibilità. In tutte le opere dell’artista, l’occhio non è mai un semplice dettaglio anatomico: è un dispositivo poetico, un varco, un enigma che apre alla possibilità di vedere oltre ciò che appare. E l’arte, come l’occhio, può diventare la soglia attraverso cui imparare a guardare.
Claudia Chiari
