
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fotografia di Tony Gentile (1992), licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons. Fonte: https://de.wikipedia.org/ (pagina tedesca di Wikipedia che rimanda al file originale su Wikimedia Commons)
Lo sguardo che ha fatto la storia
C’è una fotografia che non ha bisogno di essere presentata: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, seduti fianco a fianco al convegno “Mafia e Politica”, Palermo, 27 marzo 1992. Falcone si piega leggermente verso Borsellino, Borsellino risponde con un sorriso che è insieme ironia, affetto, complicità. È un istante che sembra racchiudere un mondo: la loro amicizia, la loro missione, la loro lucidità, la loro solitudine.
Lo scatto, realizzato dal fotografo Tony Gentile, nasce come fotografia di cronaca: un momento colto durante un evento pubblico, senza alcuna costruzione formale o intenzione artistica. Solo in seguito, anche grazie alla tragica sequenza degli eventi che seguirono – le stragi di Capaci e via D’Amelio – quell’immagine è diventata un simbolo della memoria civile italiana (Wikipedia, edizione tedesca).
Tale fotografia è al centro di un’ordinanza della Corte di cassazione (Cass. civ., Sez. I, 20 dicembre 2024, n. 33599) che la ritiene, dal punto di vista giuridico, una semplice fotografia e non una “opera d’ingegno” creativa.
È una conclusione sorprendente: la foto è un’icona, potentissima per noi, ma per il diritto d’autore non supera la soglia minima di creatività richiesta dalla legge.
Il caso: il fotografo contro la RAI
Nel 2017 il fotografo cita la RAI per l’uso non autorizzato della fotografia:
- in programmi televisivi dedicati alla legalità;
- online, sul web.
Chiede che lo scatto sia riconosciuto come opera fotografica creativa, con tutela piena del diritto d’autore. Tribunale e Corte d’appello di Roma respingono. Il fotografo ricorre in Cassazione e nel 2024 viene emessa la citata ordinanza: la Corte dichiara il ricorso inammissibile, confermando le decisioni dei giudici di merito e la qualificazione della foto come semplice fotografia
La domanda centrale è semplice e complessa insieme: quella fotografia è creativa?
Creatività vs scatto tecnico: la soglia invisibile
La legge distingue tra:
- opere fotografiche creative, protette come opere d’ingegno;
- semplici fotografie, tutelate in modo più limitato.
La creatività non coincide con il valore artistico, ma con la presenza di un contenuto espressivo personale: un’impronta riconoscibile, una scelta che non è solo tecnica ma interpretativa.
Una fotografia è creativa quando:
- mostra una forma particolare che la distingue da altre riprese dello stesso momento;
- rivela l’occhio del fotografo: inquadratura, luce, prospettiva, scelta del tempo, composizione, post–produzione.
Le semplici fotografie, anche se tecnicamente impeccabili, sono riproduzioni della realtà: documentano, non interpretano.
La creatività è dunque un quid pluris: non basta riprendere un fatto, occorre trasformarlo in visione. Proprio su questo punto insiste la Cassazione nel caso Falcone-Borsellino: non basta che la foto abbia un forte impatto emotivo o storico, serve che si veda, nello scatto, l’impronta personale del fotografo, cioè il suo modo unico di guardare e interpretare la scena.
La foto Falcone – Borsellino: icona sì, opera d’ingegno no
Applicando questi criteri, la Cassazione conferma: lo scatto non è creativo, nel senso richiesto dal diritto d’autore per essere considerato opera dell’ingegno.
Secondo la Corte, la sua forza deriva dall’eccezionalità dei soggetti, non da scelte formali del fotografo. Non emerge una valenza estetica autonoma: la scena potrebbe essere stata ripresa da altri fotografi in modo analogo. Non si percepisce un’impronta personale riconoscibile: la composizione, la luce, l’inquadratura non presentano elementi distintivi.
Risultato: la fotografia è una semplice fotografia ex art. 87 LDA.
Un paradosso che colpisce: un’immagine può essere un pilastro della memoria collettiva, ma non un’opera creativa per la legge.
Lo sguardo come racconto: una riflessione narrativa
Questa fotografia è un caso esemplare per capire una verità spesso trascurata: lo sguardo non è mai solo ciò che mostra, ma ciò che suggerisce.
Lo sguardo di Falcone e Borsellino non è costruito, non è diretto, non è posato. È un frammento di realtà che diventa racconto perché noi, oggi, lo leggiamo alla luce di ciò che sappiamo: la loro amicizia, la loro missione, la loro fine.
Il fatto che lo scatto sia stato realizzato poche settimane prima delle stragi – un dettaglio che oggi conosciamo e che inevitabilmente condiziona la nostra percezione – trasforma quel sorriso in un presagio, quel gesto in un testamento visivo, quel momento in un frammento di un “prima” che non tornerà più (fonte: Wikipedia, edizione tedesca).
La fotografia non è creativa, dice la Cassazione.
Ma lo sguardo sì: lo è nella sua capacità di evocare, di aprire un varco emotivo, di farci vedere oltre il momento.
E allora la domanda che resta è questa: quando guardiamo una fotografia, cosa vediamo davvero? La realtà che è stata o la storia che abbiamo imparato a raccontarci?
In questa immagine, la creatività non è nella mano del fotografo, ma nella nostra percezione: nel modo in cui lo sguardo dei due magistrati continua a parlarci, a interpellarci, a chiedere qualcosa.
Lo sguardo è un linguaggio: non si limita a mostrare, ma costruisce significato. E questo significato cresce nel tempo, si stratifica, si carica di memoria, di emozione, di responsabilità.
Conclusione: l’icona che vive nello sguardo, non nella legge
La vicenda Falcone-Borsellino ci ricorda che:
- una fotografia può essere semplice per la legge, ma immensa per la memoria;
- la creatività giuridica non coincide con la potenza simbolica;
- lo sguardo è un linguaggio che supera le categorie del diritto.
Questa immagine non è un’opera dell’ingegno, ma è un’opera dello sguardo: uno di quei rari momenti in cui la realtà, senza essere costruita, diventa racconto, emozione, eredità.
Ed è forse proprio qui che si nasconde la sua forza: nella capacità di continuare a guardarci, mentre noi continuiamo a guardarla.
