La pace si manifesta attraverso immagini che riconosciamo immediatamente. Una colomba (Fig. 1), un ramoscello d’ulivo, due mani che si stringono: simboli universali, capaci di comunicare un significato che va oltre le parole. Alla vigilia della Giornata Internazionale della Pace (21 settembre), questo linguaggio assume un valore ancora più potente: ci ricorda che la pace non è solo un concetto astratto, ma un’esperienza che attraversa culture, epoche e generazioni.

Fig. 1. Pablo Picasso, La colombe de la paix (1954). Collezione Musée d’Art Moderne de Paris / Paris Musées. © Succession Picasso.
Ma come è nato questo immaginario? E come si è trasformato, nel corso dei secoli, il modo di rappresentare la pace?
La storia dell’arte dimostra che la pace non è stata rappresentata solo attraverso scene armoniose, serene e rassicuranti. Molti artisti hanno scelto invece di mostrare la violenza, il dolore e le conseguenze della guerra, trasformando l’opera in una forma di denuncia. Da Picasso a Goya, fino a Käthe Kollwitz, l’arte ha costruito una vera e propria iconografia della pace: un linguaggio visivo che ancora oggi ci invita a fermarci, osservare e ricordare.
Che cos’è l’iconografia della pace?
Con il termine iconografia, dal greco εἰκονογραϕία, “rappresentazione figurata”, si intende lo studio degli elementi figurativi e compositivi di un’opera d’arte, considerati nel loro valore simbolico (“Iconografia”, in Sinonimi e Contrari, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani).
Nel caso della pace, ci sono simboli che sono diventati così familiari da essere riconosciuti in gran parte del mondo. Alcuni hanno origini antichissime; altri sono nati in epoche più recenti. Nel corso del tempo, il loro significato si è evoluto, passando da una rappresentazione allegorica a una denuncia sempre più diretta delle brutture della guerra e della sofferenza dei civili.
La colomba e il ramoscello d’ulivo: il simbolo più antico della pace
Tra le immagini più riconoscibili c’è la colomba con il ramoscello d’ulivo. La sua storia affonda le radici nella narrazione biblica del diluvio universale. Dopo il diluvio, una colomba torna da Noè portando nel becco una foglia d’ulivo, segnale che le acque si stanno ritirando e che la vita può ricominciare (Genesi 8,11; Bibbia, Genesi 8,11).
Il ramoscello d’ulivo ha origini ancora più lontane, con una lunga storia simbolica già nel mondo antico. Nella cultura greca la pace era personificata dalla dea Eirene, spesso raffigurata con attributi legati alla prosperità e alla pace; su alcune monete greche Eirene compare proprio con un ramoscello d’ulivo (British Museum, “Your collection in focus”, 2017). Anche i Romani hanno conservato il legame tra ulivo e pace, tramandandolo al mondo mediterraneo (Mark Cartwright, “The Olive in the Ancient Mediterranean”, World History Encyclopedia). Il suo significato è quindi il risultato dell’incontro tra tradizioni differenti che, nel tempo, hanno contribuito a trasformarlo in uno dei simboli universali della riconciliazione.
La colomba, a sua volta, assume nella tradizione cristiana diversi significati, tra cui quello dello Spirito Santo. L’associazione tra colomba e ramoscello d’ulivo è dunque diventata una delle immagini più durature della pace. È un esempio perfetto di come funziona l’iconografia: un’immagine concreta finisce per rappresentare un concetto astratto.
Il simbolo della pace: dal disarmo nucleare ai movimenti pacifisti

Fig. 2. Simbolo del disarmo nucleare o simbolo della pace. Unsplash.
Se la colomba e il ramoscello d’ulivo hanno attraversato i secoli, esiste un altro simbolo altrettanto potente, ma molto più recente, nato in un contesto storico completamente diverso: il simbolo del disarmo nucleare (Fig. 2), oggi conosciuto semplicemente come il “simbolo della pace”. Fu ideato nel 1958 dal grafico britannico Gerald Holtom per la Campaign for Nuclear Disarmament (CND), in occasione della campagna contro le armi nucleari. Il simbolo comparve per la prima volta in pubblico durante una manifestazione a Londra nell’aprile dello stesso anno e si diffuse rapidamente nei movimenti pacifisti. La sua forma deriva dal linguaggio della segnalazione a bandiere, il cosiddetto codice semaforico: Holtom combinò le posizioni che rappresentano le lettere “N” di “nuclear” e “D” di “disarmament”, inserendole all’interno di un cerchio (Campaign for Nuclear Disarmament, “History of the Symbol”).
Nato come simbolo della lotta contro le armi nucleari, il segno è diventato progressivamente un’icona dal significato più ampio, associato alla pace, al pacifismo e alla protesta contro la guerra. È una trasformazione significativa: la pace non viene più rappresentata attraverso un soggetto concreto, come un animale, ma attraverso un’immagine grafica progettata per essere immediatamente riconoscibile e riproducibile.
Arte e guerra: quando la pace si racconta attraverso la violenza
La pace può essere rappresentata anche per contrasto. Non tutte le opere che hanno contribuito a costruire l’immaginario pacifista mostrano persone che vivono in armonia o paesaggi tranquilli. Al contrario, alcune delle immagini più potenti della storia dell’arte nascono proprio dalla rappresentazione della guerra. In questi casi l’artista non mostra ciò che la pace è, ma ciò che accade quando viene distrutta.
È proprio attraverso questo contrasto che l’arte diventa memoria: non solo rappresentazione, ma testimonianza. La violenza diventa così uno strumento per interrogare lo spettatore. L’opera non si limita a raccontare un evento storico, ma lo mette di fronte alle conseguenze che produce. Ed è qui che entrano in scena Goya, Picasso e Kollwitz.
Francisco Goya e Il 3 maggio 1808: il volto della vittima

Fig. 3. Francisco de Goya y Lucientes, El 3 de mayo en Madrid o “Los fusilamientos”, 1814, Museo Nacional del Prado, Madrid. Commons Wikimedia.
Uno degli esempi più celebri è Il 3 maggio 1808 a Madrid di Francisco Goya (Fig. 3), realizzato nel 1814. Il dipinto rappresenta l’esecuzione di alcuni civili madrileni da parte delle truppe francesi, come rappresaglia per l’insurrezione del 2 maggio 1808. Al centro della scena Goya pone un uomo con le braccia sollevate, illuminato dalla forte luce di una lanterna, mentre davanti a lui i soldati sono rappresentati quasi come una massa anonima.
La composizione concentra l’attenzione dello spettatore sulle vittime e sulla loro vulnerabilità. Non c’è un’eroica celebrazione della battaglia, né una glorificazione della guerra. Ciò che emerge è la paura di chi sta per morire. I volti dei condannati, la posizione del corpo illuminato e la presenza dei cadaveri in primo piano trasformano un episodio della guerra d’indipendenza spagnola in una scena di forte valore universale (Museo Nacional del Prado, scheda dell’opera “El 3 de mayo en Madrid o Los fusilamientos”). Goya porta così lo spettatore davanti alle vittime e lo invita a osservare gli effetti della violenza.
Guardare quest’opera significa confrontarsi con la fragilità umana: Goya non dipinge la storia, dipinge la paura.
Picasso e Guernica: l’orrore della guerra che diventa memoria
Se esiste un’opera che più di tutte è diventata simbolo della denuncia della guerra, è probabilmente Guernica di Pablo Picasso (Fig. 4). Il dipinto nasce nel 1937, dopo il bombardamento della città basca di Guernica durante la guerra civile spagnola, il 26 aprile dello stesso anno. Picasso aveva ricevuto dal governo della Seconda Repubblica l’incarico di realizzare una grande opera per il padiglione spagnolo dell’Esposizione Internazionale di Parigi. La notizia del bombardamento diventa il catalizzatore per la realizzazione del dipinto (Museo Reina Sofía, Repensar Guernica).

Fig. 4. Guernica, Pablo Picasso, 1937, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid. Commons Wikimedia. CC BY-SA 4.0. © Sucesión Pablo Picasso, VEGAP, Madrid.
Il quadro non racconta la guerra attraverso una scena realistica. Picasso sceglie il linguaggio deformato del Cubismo e costruisce una composizione fatta di corpi spezzati, volti deformati, animali feriti e gesti disperati. Il bianco, il nero e le tonalità di grigio accentuano il senso di tragedia. Tra le figure più celebri emergono il cavallo, il toro e la madre che tiene tra le braccia il figlio morto. La loro presenza contribuisce a trasformare la scena in una rappresentazione universale del dolore provocato dalla violenza.
Pur nascendo quindi da un episodio preciso, l’opera di Picasso ha finito per trascenderlo, diventando un simbolo politico e una denuncia universale della distruzione provocata dalla guerra (Museo Reina Sofía, scheda di Guernica). In questo senso, guardare Guernica significa anche confrontarsi con la memoria della devastazione e con ciò che ogni guerra può produrre.
Guernica non è solo un’opera contro la guerra: è un grido visivo che continua a ricordarci perché la pace è necessaria.
Picasso e la colomba della pace

Fig. 5. Pablo Picasso, La colomba, 1949, litografia su carta. Wikimedia Commons. © Succession Picasso.
È significativo che lo stesso artista che ha realizzato una delle immagini più drammatiche contro la guerra abbia contribuito anche a creare una delle più celebri rappresentazioni della pace. Nel 1949 Picasso realizza La Colombe (Fig. 5), una litografia raffigurante una semplice colomba, scelta per il manifesto del Congresso mondiale dei partigiani della pace, organizzato a Parigi nello stesso anno (Musée national Picasso-Paris, “La Colombe”). L’opera appartiene alla lunga serie di immagini dedicate dall’artista a questo soggetto.
Il confronto tra Guernica e la colomba è particolarmente interessante. Da una parte c’è il caos della guerra: corpi deformati, dolore, morte. Dall’altra una figura essenziale e riconoscibile, che rimanda all’iconografica tradizionale della pace. Sono quasi due estremi dello stesso linguaggio. Picasso rappresenta ciò che la guerra distrugge e, contemporaneamente, ciò che la pace dovrebbe proteggere.
Käthe Kollwitz e “Mai più guerra”: la voce del pacifismo europeo
Un’altra artista fondamentale per comprendere il rapporto tra arte, pace e denuncia della guerra è Käthe Kollwitz, artista tedesca che ha fatto della sofferenza umana uno dei temi centrali della propria produzione. La sua esperienza personale fu profondamente segnata dalla Prima guerra mondiale: il figlio Peter morì combattendo nel 1914, a soli 18 anni. Dopo la sua morte, Kollwitz maturò progressivamente una posizione pacifista e il tema delle conseguenze della guerra divenne centrale nelle sue opere.

Fig. 6. Käthe Kollwitz, Nie wieder Krieg, 1924, Käthe Kollwitz Museum Köln, Colonia. Commons Wikimedia.
Nel 1924 Kollwitz realizza il celebre manifesto Nie wieder Krieg (Fig. 6), “Mai più guerra”. L’immagine mostra una figura che solleva un braccio e sembra gridare il messaggio scritto alle sue spalle: Nie wieder Krieg. L’opera non nasce semplicemente per essere ammirata in un museo, ma per comunicare un messaggio politico e sociale a un pubblico ampio (Kollwitz Museum Köln, “Biography”; MoMA, scheda della serie War). L’immagine non si limita ad accompagnare una parola: la parola stessa diventa immagine.
Nelle opere di Kollwitz la sofferenza non è mai astratta: è un volto, un corpo, una voce che chiede di essere ascoltata.
L’arte contro la guerra: dalla tela al manifesto
Goya, Picasso e Kollwitz utilizzano linguaggi diversi e appartengono a epoche differenti, ma le loro opere hanno un elemento in comune: chiedono allo spettatore di non distogliere lo sguardo. Goya mostra le vittime, Picasso la devastazione, Kollwitz il dolore di chi rimane.
Sono modi diversi di rappresentare la guerra, ma tutti affidano all’immagine una funzione fondamentale: conservare la memoria di ciò che è accaduto. L’arte diventa così una forma di testimonianza. Un dipinto non può fermare una guerra, ma può impedire che il dolore di chi l’ha vissuta venga completamente cancellato, trasformandosi in un monito per le generazioni successive.
La pace negli occhi di chi guarda
Il tema dell’iconografia della pace torna quindi a incontrare quello della vista. Un simbolo funziona perché lo riconosciamo. Un’opera d’arte può fare qualcosa di più: farci vedere il mondo con occhi diversi. La colomba, il ramoscello d’ulivo e il simbolo del disarmo nucleare ci permettono di identificare immediatamente un’idea: la pace. Il 3 maggio 1808, Guernica e Mai più guerra, invece, ci mettono davanti agli occhi le conseguenze della sua negazione. In entrambi i casi, lo sguardo ha un ruolo fondamentale. Vedere non significa soltanto ricevere un’immagine, ma interpretarla, attribuirle un significato e conservarla nella memoria.
Accade continuamente davanti alle immagini che ci circondano. Pensiamo, per esempio, alla clessidra: ciò che vediamo letteralmente è uno strumento per misurare il tempo, ma nella cultura visiva la sua immagine assume un significato metaforico, richiamando la caducità della vita e il tempo che scorre. Allo stesso modo, una colomba appare alla vista come un semplice animale, ma nella nostra mente può diventare la rappresentazione simbolica della pace.
È questo uno dei poteri più profondi delle immagini: trasformare ciò che vediamo in qualcosa che ricordiamo e che continua a parlarci nel tempo. Una colomba può rammentarci cosa significa vivere senza guerra. Un’immagine come Guernica può ricordarci, ancora più brutalmente, perché la pace è necessaria. Dai simboli antichi alle opere moderne, l’iconografia della pace ci mostra che vedere significa ricordare. E ricordare significa scegliere da che parte stare.
Ora, per favore, chiudete gli occhi. E immaginate il mondo come dovrebbe essere. Un mondo di pace, fiducia ed empatia, che faccia emergere il meglio di ciò che possiamo essere.
(Maria Ressa)
Veronica Elia
