Primo piano di una cruna d’ago attraversata da un filo spesso, su sfondo marrone uniforme. L’immagine evidenzia la precisione e la difficoltà del gesto, con il contrasto tra il metallo lucido dell’ago e la trama fibrosa del filo. Nell’articolo, l’immagine accompagna il celebre verso di Dante tratto dall’Inferno (canto XV), in cui il poeta paragona lo sforzo visivo dei dannati a quello di un sarto che infila il filo nella cruna. Serve a mostrare come la Divina Commedia sia ricca di espressioni concrete e visive che ancora oggi vivono nella lingua comune, trasformandosi in modi di dire quotidiani.

“E si ver’ noi aguzzavan le ciglia come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna”. (Dante Alighieri, Inferno Canto XV)

Primo piano di una cruna d’ago attraversata da un filo spesso, su sfondo marrone uniforme. L’immagine evidenzia la precisione e la difficoltà del gesto, con il contrasto tra il metallo lucido dell’ago e la trama fibrosa del filo. Nell’articolo, l’immagine accompagna il celebre verso di Dante tratto dall’Inferno (canto XV), in cui il poeta paragona lo sforzo visivo dei dannati a quello di un sarto che infila il filo nella cruna. Serve a mostrare come la Divina Commedia sia ricca di espressioni concrete e visive che ancora oggi vivono nella lingua comune, trasformandosi in modi di dire quotidiani.

Fig.1. Ago e filo

Sono proprio vere le parole di Aldo Cazzullo quando dice che l’Italia nasce dai versi di Dante e che la Divina Commedia sia ricca di riferimenti e di modi di dire ancora oggi in uso nella nostra lingua  (A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia. Aldo Cazzullo, Mondadori Editore, Milano 2020.) Se andiamo a considerare l’importanza dello sguardo e della vista nella Divina Commedia si apre un mondo bellissimo, ricco di citazioni e allegorie. Tra queste mi sembra particolarmente degna d’interesse la celebre frase, contenuta nelle terzine 20 e 21 nel canto Canto XV dell’Inferno, che recita: “E si ver’ noi aguzzavan le ciglia come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna” (La Divina Commedia di Dante Alighieri a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio. Le Monnier, Firenze 2001). 

Come abbiamo detto siamo all’inizio del Canto XV, Dante e Virgilio hanno appena lasciato il bosco dei suicidi e proseguono nel cammino lungo gli argini del Flegetonte che è uno dei cinque fiumi dell’Inferno che attraversa il sabbione infuocato. Qui scorgono una schiera di anime venire verso di loro (Fig. 2). “Già eravam da la selva rimossi tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era, perch’io in dietro rivolto mi fossi, quando incontrammo d’anime una schiera che venian lungo l’argine, e ciascuna ci riguardava come suol da sera guardare uno altro sotto nuova luna; e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna. Così adocchiato da cotal famiglia, fui conosciuto da un, che mi prese per lo lembo e gridò: Qual maraviglia!”. (Inf. XV, 13-24).

Illustrazione di Sandro Botticelli dedicata al canto XV dell’Inferno della Divina Commedia, conservata al Kupferstichkabinett di Berlino. La scena mostra Dante e Virgilio che camminano lungo un argine, mentre incontrano le anime dei sodomiti, immerse nel fuoco e costrette a muoversi incessantemente. Lo stile è lineare e simbolico, con figure eleganti e gesti misurati. L’immagine è inserita nell’articolo per accompagnare il celebre verso in cui Dante paragona lo sguardo acuto dei dannati a quello del sarto che infila il filo nella cruna: un esempio di come la Commedia sia ricca di espressioni concrete e visive che ancora oggi sopravvivono nella lingua italiana come modi di dire.

Fig. 2. Sandro Botticelli, Divina Commedia, Inferno XV. Kupferstichkabinett Berlino

Tutt’intorno è una pioggia di fuoco. Il fumo che si leva dal fiume di sangue rende la visione molto difficile e approssimativa, i due poeti vedono un gruppo di anime in cammino verso l’argine. Questo gruppo di anime guarda loro come si osserva qualcuno in una notte di novilunio, stringendo gli occhi come fanno i vecchi sarti quando devono infilare l’ago nella cruna. È evidente la curiosità di questi di cercare di capire chi siano le due persone alle quali si stanno avvicinando e quindi il loro sguardo si fa attento. Ribadisco lo scenario, perché aiuta a comprendere meglio quanto voglio dirvi: il fumo, l’intenso calore e gli argini del fiume che sono molto alti. La possibilità di vedere bene è veramente resa difficile (Fig. 3). Inoltre la presenza di espressioni che sottolineano la curiosità degli sguardi delle anime, costrette a sforzare la vista per riconoscere le sagome a causa delle tenebre infernali: ci riguardava, guardare, aguzzavan le ciglia, adocchiato. Le due ultime espressioni, in particolare, hanno un valore che sottolinea la debolezza e la difficoltà della vista.  Magnifica poi la similitudine di grande realismo in cui si descrive un vecchio sarto che, ormai abilissimo nel suo mestiere, ma affaticato dall’età, è costretto a strizzare gli occhi. Poco dopo, però, ecco superata la fatica della vista e Dante viene riconosciuto da un’anima che si rivelerà essere quella di Brunetto Latini (Fig. 4), che ne richiama l’attenzione con l’enfasi di quel “Qual meraviglia”! Centrale, dunque, il campo semantico della vista in questo episodio, in cui la singolare capacità espressiva dell’autore riesce a rendere magistralmente il realismo di sguardi curiosi, attenti e allo stesso tempo affaticati dalla natura tenebrosa del luogo.

Illustrazione di Amos Nattini dedicata al canto XV dell’Inferno di Dante Alighieri. La scena mostra Dante, vestito di rosso, che tende la mano verso un gruppo di anime nude e sofferenti, immerse in un paesaggio infernale segnato da pioggia di fuoco e fumo. Accanto a lui, Virgilio osserva la scena avvolto in un mantello. L’immagine è inserita nell’articolo per accompagnare il celebre verso della “cruna dell’ago”, evidenziando come la Divina Commedia sia ricca di espressioni concrete e visive che hanno attraversato i secoli, trasformandosi in modi di dire ancora vivi nella lingua italiana.

Fig. 3. Amos Nattini, Inferno, canto XV. Tavola della “Divina Commedia” di Dante Alighieri

Disegno in bianco e nero di Francesco Scaramuzza dedicato al canto XV dell’Inferno della Divina Commedia. La scena mostra Dante e Virgilio che incontrano Brunetto Latini, circondato da anime nude e tormentate, costrette a camminare sotto una pioggia di fuoco. Le figure sono stilizzate ma espressive, immerse in un paesaggio spoglio e drammatico. L’immagine è inserita nell’articolo per illustrare la potenza visiva e linguistica della Commedia, dove Dante usa metafore concrete — come la cruna dell’ago — che ancora oggi sopravvivono nella lingua italiana come modi di dire comuni.

Fig. 4. Francesco Scaramuzza, I disegni della Divina Commedia. Brunetto Latini e i sodomiti

Come leggiamo nel vocabolario on line Treccani il significato del verbo “aguzzare” ha il seguente significato: aguzzare (ant. e pop. tosc. auzzare) v. tr. [lat. *acutiare, der. di acutus «acuto»]. – Rendere aguzzo, appuntito: aun punteruoloun chiodoun ferroun palo; estens., ale labbra, stringerle e sporgerle in fuori. Fig., acuire: ala vistagli occhile orecchie, sforzarsi di vedere o sentire meglio. Dante aggiunge al verbo aguzzare la parola ciglia “aguzzavan le ciglia”, quasi a descrivere il modo tipico di strizzare gli occhi, che tutti noi abbiamo quando cerchiamo di vedere meglio in lontananza o fissiamo qualcosa che è parzialmente annebbiato da un agente fisico, per esempio la nebbia. Quel serrare un po’ le palpebre tipico di quando non siamo in grado di vedere bene.

Nel Purgatorio rispettivamente nei Canti VIII e XXXI troveremo la stessa frase ma leggermente diversa. Le ciglia sono sostituite dagli occhi ed il significato ed il riferimento allegorico è diverso. Ma di questo vi parlerò un’altra volta.

Il termine “aguzzare la vista” è ancora oggi di uso comune. Sta a significare la vista attenta che usiamo quando dobbiamo cercare di riconoscere qualcosa che attira la nostra attenzione. Leggere l’indicazione scritta su un cartello, oppure distinguere una sagoma, il volto di una persona che si sta avvicinando. Se cliccate questa parola visione distinta troverete una spiegazione scientifica del perché il gruppo di anime abbia dovuto “aguzzare le ciglia”. Queste hanno dovuto avvicinarsi ai due Poeti proprio per poter sfruttare al massimo la capacità visiva distinta e cioè riconoscere il volto, la forma e il colore dei personaggi. Come ho detto, vi è senz’altro anche un riferimento ad uno sguardo fatto di occhi socchiusi ( Waldemar Deonna. Il Simbolismo dell’Occhio. Bollati Boringhieri, Torino 2008). Questo comportamento spesso serve a proteggersi da una luce intensa, dalla sabbia o dall’acqua di un temporale, in questo caso una pioggia di lapilli infuocati. Infine tenere gli occhi socchiusi può segnalare uno sforzo per concentrarsi meglio, spesso in presenza di rumori o quando si è concentrati o riconoscere un volto già visto.