Anni venti. Onirico, inconscio e irrazionalità dominano la scena delle avanguardie, spinte dal vento della psicanalisi di Freud e della sua interpretazione dei sogni che soffia da Vienna. Si cerca una dimensione surreale capace di andare oltre la realtà e di dare spazio ai processi di automatismo psichico, ovvero di associazioni anche in stato di veglia, di pensieri, parole e immagini apparentemente prive di un nesso causale fra loro. È il 1924 quando, fra dadaismo, futurismo e pittura metafisica, prende voce a Parigi il manifesto del movimento surrealista che gravita intorno al poeta André Breton.
L’occhio vede il visibile, ma lo sguardo può andare oltre spogliandolo del velo delle apparenze: espressione di potenza visiva e simbolica, quest’organo è il mezzo attraverso il quale l’artista può esplorare gli abissi delle percezioni e svelare le verità nascoste, una vera e propria finestra sul mondo inconscio che riveste un ruolo chiave in questa nuova corrente, fra ossessione e feticismo. Quella del surrealismo è una rivoluzione visiva a tutti gli effetti che squarcia l’occhio del pubblico, mostrandogli tutto quello che non aveva visto e forse non voleva vedere. Del resto aprire gli occhi vuol dire, non solo in termini surrealisti, allargare la visione oltre i confini, i vincoli, i dettami della società.

Fig.1_Luis Bunuel e Salvador Dali, Un chien andalu, 1929_Artesplorando.it
Una scena tratta dall’arte cinematografica più di ogni altra, dichiara questo sovvertimento: quella di apertura del cortometraggio “Un chien andalou” (Un cane andaluso) prodotto ed interpretato da Luis Buñuel e Salvador Dalì, e diretto dal solo Buñuel. La sequenza ritrae lo stesso registra che affila un rasoio e, dopo aver guardato la luna, si avvicina ad una donna seduta, le tiene ben aperto l’occhio sinistro e vi affonda la lama tagliandoglielo in due. Naturalmente è un trucco di montaggio dove il vero occhio è quello di un vitello morto, ma l’inquadratura è scioccante, la prima di una serie di immagini che offendono la moralità dell’epoca. La pellicola sembra quasi una messa in scena di un delirio onirico fatto di assurdità che evidenziano quanto l’esistenza sia inafferrabile e quanto sia nel sogno che si manifesta il vero io. Sarà citata in moltissime opere e nel 1976 David Bowie la vorrà in apertura del suo tour.

Fig.2_René Magritte, Il falso specchio, 1928_Cultura.biografieonline.it
L’occhio si afferma dunque magnetico e preponderante nelle opere dei più noti esponenti del surrealismo. Fra loro, René Magritte riuscì a trasformare il quotidiano in illusione attraverso una chiave umoristica fatta di intelligenza e osservazione, e il pensiero dietro Ceci c’est pas une pipe che sottolinea la differenza fra l’oggetto reale e quello dipinto nell’opera “Il tradimento delle immagini”, diventò fra gli emblemi della corrente artistica. Il gioco delle percezioni ingannevoli domina la sua arte, come avviene ne “Il falso specchio” conservato al MoMa di New York: il grande occhio di Magritte riflette ciò che vede e la sua iride ne prende le sembianze, richiamando il funzionamento della vista dove l’immagine viene catturata dall’organo di senso e trasmessa al cervello. È un cielo apparentemente sereno ma dominato al centro da un sole nero, la pupilla. Quello di Magritte è un invito a riflettere su una realtà più complessa di quel che sembra, dove ogni tentativo di inquadrarla può essere solo superficiale.

Fig.3_Max Ernst, illustrazione di copertina per Répétitions di Paul Eluard, 1922_En.m.wikipedia.org
L’incontro felice fra Magritte ed il surrealismo era avvenuto a Parigi, dove ne aveva conosciuto il precursore Max Ernst ed il fondatore Breton. Ernst, come Magritte, affondava nei meandri dell’introspezione, ma la sua personalità complessa sfociava in una buona dose di sregolatezza. Spinto da un’insopportabile ossessione visiva, aveva un’eccezionale capacità inventiva anche di tecniche pittoriche, come il frottage ed il collage. Una delle sue opere più riuscite è dedicata all’occhio inteso come mente subconscia, “L’occhio del silenzio”, dove l’atmosfera inquietante di un paesaggio distorto invita all’introspezione mentre evoca disagio. L’occhio vero e proprio, sempre dalla forte valenza simbologica, non manca neanche nella sua produzione artistica, come dimostra l’illustrazione di copertina del volume dell’amico Paul Eluard, tormentato poeta surrealista.

Fig.4_Salvador Dali, L’Occhio, 1945_Artchive.com
Divo per antonomasia del surrealismo e icona stravagante, Salvador Dalì è delirante e geniale, idolo di se stesso ma capace di accettare il piglio autoritario della musa e moglie Gala, che aveva lasciato il marito Eluard per lui, appoggiava Franco ma si dichiarava apolitico. Caos è una parola che ben gli si addice, con l’unico punto fermo di essere dali-centrico, tanto da chiudere il contrasto furioso con il gruppo dei surrealisti che lo avevano espulso per non aver preso posizione contro il fascismo, facendo eco al Re Sole con “Il surrealismo sono io”.
Anche per Dalì l’occhio è strumento di rivelazione ma in una modalità decisamente più seducente rispetto agli altri artisti, una finestra su sogni e desideri: una visione che si intreccia con quella di Walt Disney per il quale realizzò i bellissimi disegni del cortometraggio “Destino”, riproponendo tutti gli elementi della sua pittura, dagli orologi molli alle figure allungate fino, naturalmente, agli occhi. Fra tutti i surrealisti, fu quello che mostrò maggiore interesse per la cinematografia: la sua sequenza onirica nella pellicola “Io ti salverò” di Alfred Hitchcock, compattata in tre minuti dopo la fase di montaggio, con gli occhi giganti che spuntano dai tendaggi e vengono tagliati da grandi forbici, ha fatto la storia del cinema.

Fig.5. Salvador Dalì, una delle illustrazioni per “Io ti salverò” di Alfred Hitchcock, 1947. Parmateneo.it
Meno noto al grande pubblico ma dal linguaggio artistico raffinato, è il surrealista Stanislao Lepri. Laddove l’occhio è un’entità sospesa fra il visibile e l’invisibile che scruta una dimensione nascosta, la contemplazione è scandita da un distacco che in Dalì non compare: nel suo dipinto “L’oeil dans le jardin”, Lepri trasforma l’occhio in una presenza osservatrice quasi fantasma, calma ed enigmatica, condita con il silenzio giudicante di chi sa, e lo mimetizza fra le foglie di un giardino che si trasfigura in una visione onirica carica di significati rivolta a chiunque abbia coraggio e intenzione di addentrarsi alla loro scoperta. Un angolo di natura apparentemente idilliaca dominato dalla forza inquietante dello sguardo.

Fig.6_Stanislao Lepri, L’Oeil dans le Jardin, 1968. Tommaso Calabro Gallery_Magnanirocca.it
Claudia Chiari
