Illusioni oculari

Fig. 4. Griglia di Hermann.
Facciamo subito un “esercizio”: osserviamo la griglia di Herman (Fig. 4).
Guardando le linee bianche sullo sfondo scuro, percepiamo l’illusione di macchie grigie nelle intersezioni delle linee bianche, che invece scompaiono curiosamente quando le guardiamo direttamente.
Vi starete chiedendo per quale motivo le macchie svaniscono quando noi fissiamo bene l’immagine.
La risposta sta nel fatto che il centro della retina è specializzato nella visione nitida delle forme, mentre la visione laterale è più sfuocata poiché serve principalmente per l’orientamento e la percezione del movimento (Gerald Westheimer. Specifying and controlling the optical image on the human retina. Progress in Retinal and Eye Research, 25, 19-42, 2006). I campi recettivi per ogni cellula al centro della retina sono molto piccoli – il che ci consente di leggere caratteri piccoli – ma diventano più grandi allontanandosi dal centro. Quindi, quando fissiamo in modo attento e a breve distanza l’incrocio bianco della griglia, i minuscoli campi ricettivi della nostra visione centrale finiscono interamente all’interno dello spazio bianco, con la conseguenza che non c’è differenza tra la linea e l’intersezione; invece, quando la distanza di osservazione è maggiore e la visione è decentrata e quindi le aree centrali ricettive sono abbastanza grandi da corrispondere a larghezza delle linee, si verifica il fenomeno della griglia di Hermann e cioè la percezione di un’area grigia al centro dello spazio bianco (Fig. 5).

Fig. 5. Schema didattico del fenomeno della griglia di Hermann.
Un altro tipo d’illusione ottica deriva dalla percezione del contrasto, capacità neurosensoriale molto importante della quale madre natura ci ha dotato. Nella nostra quotidianità, infatti, non ci troviamo solo a leggere parole e numeri, ma dobbiamo muoverci nell’ambiente in condizioni d’illuminazione non sempre uguali, che spesso non rendono facilmente riconoscibili le forme e gli oggetti che ci circondano e la delimitazione del nostro raggio di azione (cosa che accade quando, ad esempio, dobbiamo scendere i gradini di una scala in forte penombra). Per muoverci nello spazio “correttamente” abbiamo quindi bisogno del riconoscimento del contrasto che è la capacità di percepire la minima differenza di luce riflessa (luminanza) tra due oggetti o aree che raggiunge il nostro occhio. Il nostro sistema visivo è sensibile non ai valori assoluti ma ai valori relativi della luminanza. In pratica, è più cruciale per la nostra mente il rapporto tra la luminanza di superfici adiacenti che non i valori assoluti delle superfici prese singolarmente. Questa capacità è fondamentale per distinguere gli oggetti dallo sfondo. La sensibilità al contrasto è necessaria per stabilire dove finisce un oggetto e ne inizia un altro e rilevare i bordi/le linee di confine. La zona compresa fra due bordi viene percepita come appartenente ad una superficie uniforme, lo spazio “vuoto” viene riempito. Questo è reso possibile dalla proprietà delle cellule gangliari (quelle che ricevono il segnale dai fotorecettori): queste cellule non solo sono attivate dalla luce che arriva sul suo campo recettivo ma sono inibite dalla luce che arriva nelle zone adiacenti (inibizione laterale).
Quanto questo meccanismo neurosensoriale possa influenzare il nostro modo di vedere e di percepire in modo illusorio ciò che osserviamo è ben rappresentato dalle due immagini che trovate di seguito. La prima è la celebre scacchiera di Adelson.

Fig. 6. Scacchiera di Adelson.
Adelson è un neuroscienziato americano, attualmente professore di Scienze della Visione al Massachusetts Institute of Technology, che ha costruito una scacchiera dove i due quadrati segnati con le lettere A e B, per quanto possa risultare strano, hanno esattamente la stessa tonalità di grigio (Fig. 6). La prova si può ottenere copiando e incollando in un qualunque programma di editing le immagini dei due quadrati (E. Adelson. Lightness perception and lightness illusion, in The New Cognitive Neurosciences 2nd edition, Ed. M. Gazzaniga, (Cambridge, MA: MIT Press) 339–351, 2000.
Il nostro sistema visivo cerca di determinare il grado di grigio dei quadrati della scacchiera. Partendo dal presupposto che una superficie bianca in ombra riflette meno luce di una superficie nera in piena luce (E. Adelson, D. Somers, “Straightness, structure, and shadows” Journal of Vision 1:204-205, 2001), per decidere dove sono le ombre e come compensare la loro presenza per determinare la tonalità di grigio della superficie, il nostro sistema visivo deve ricorrere ad uno stratagemma. Sia in condizione di luce che di ombra un quadrato più luminoso dei quadrati vicini è probabilmente più luminoso della media e viceversa. Nella nostra illusione il quadrato chiaro in ombra (B) è circondato da quadrati neri. Questo fa sì che, nonostante il quadrato sia fisicamente scuro, esso appaia più luminoso se confrontato con quelli vicini. Al contrario i quadrati neri, esterni all’ombra proiettata dal cilindro verde, (come il quadrato A) sono circondati da quadrati più luminosi e appaiono nel confronto relativo come più scuri.
Un esempio ancora più semplice è il contrasto simultaneo di Hering (Fig. 7), dove tra i due quadrati grigi centrali quello a sinistra appare più scuro rispetto all’altro. Rimuovendo quadrati esterni, i due interni risultano uguali al confronto; ciò in quanto i nostri circuiti retinici sono scarsamente attrezzati per giudicare l’assoluta luminosità delle varie “forme grigie” considerate isolatamente ma sono fortemente stimolati dal contrasto. In sostanza, è la situazione di contrasto che fa percepire al nostro cervello più “scuro” il quadrato centrale circondato da un quadrato più chiaro (F. A. Kingdom, “Levels of brightness perception”, in Levels of Perception. Editors: L Harris, M. Jenkin. (New York Springer, 23–46, 2003).

Fig. 7. Contrasto simultaneo di Hering.
Concludo questa carrellata di esempi di illusioni visive con l’immagine dei serpenti rotanti (Fig. 8); si tratta di una delle illusioni ottiche più famose tra quelle realizzate dal professore Akiyoshi Kitaoka del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Ritsumeikan. Indagare l’opera di Kitaoka significa entrare in pieno nel mondo delle illusioni ottiche, in quanto fa emergere fenomeni di alterazione della percezione visiva o di devianza dal modo corrente in cui vengono “interpretate” le immagini della realtà fisica e sensoriale (Renier, Bruyer e De Volder, Vertical-horizontal illusion present for sighted but not early blind humans using auditory substitution of vision, Perception & Psychophysics, 68, 535–542, 2006).

Fig. 8. Muovendo lo sguardo all’interno della figura, si ha l’impressione che i cerchi nella vista periferica dell’immagine ruotino.
Nell’immagine sono presenti 4 circonferenze sovrapposte. Ciascuna circonferenza presenta al suo interno altre circonferenze concentriche, tutte suddivise in settori regolari convessi (gialli e blu) e concavi (bianchi e neri), intervallati. Il nome dell’illusione deriva dal fatto che osservando l’immagine si percepisce un movimento rotatorio delle suddette circonferenze, in maniera similare a quanto possono fare le spire di un serpente. Possiamo notare come al diminuire di diametro delle circonferenze concentriche diminuiscano le dimensioni delle sezioni alternate, creando un effetto di contrasto luminoso sempre maggiore. Infine, è evidente come in “serpenti” adiacenti sia presente un differente alternarsi dei settori colorati.
L’effetto di movimento è generato dalla differenza di luminosità tra le varie parti dello schema, ad esempio nello schema basico (Fig. 9) che segue il movimento illusorio tende ad apparire nel passaggio da un’area più scura ad un’adiacente area grigio-scura oppure da un’area bianca ad una grigio-chiara.

Fig. 9. Schema illustrante il movimento illusorio che tende ad apparire nel passaggio da un’area più scura ad un’adiacente area grigio-scura oppure da un’area bianca ad una grigio-chiara.