
Fig. 1. Vincent Van Gogh, La notte stellata, 1889, Wikipedia.org.
Un nuovo genere pittorico: l’autoritratto
Nel corso del Quattrocento si affaccia alla storia dell’arte un nuovo genere pittorico, quello dell’autoritratto. Se l’artista prima si dipingeva personaggio fra personaggi all’interno dell’opera, quasi nascondendosi, adesso si afferma fuori dall’anonimato della bottega. Due secoli dopo, in epoca barocca, il pittore olandese Rembrandt trasformò l’autoritratto in un vero e proprio laboratorio di pose, espressioni, luci e ombre fino a farlo diventare qualcos’altro, uno strumento di scavo psicologico e un diario visivo della propria esistenza.
È proprio questa dimensione introspettiva che fa di lui, prima ancora degli impressionisti e della loro lezione cromatica, il precedente più diretto di Vincent Van Gogh. Lasciò infatti un’eredità che secoli dopo il celebre pittore, anch’egli olandese, de “La notte stellata” (1889), dei “Girasoli” (1888) e di “Campo di grano con volo di corvi” (1890), raccolse e spinse fino all’estremo, dipingendo oltre trenta autoritratti nel giro di un decennio.
L’autoritratto nella produzione di Van Gogh

Fig. 2.Vincent Van Gogh, Autoritratto con cappello di feltro, 1887, Wikipedia.org.
Van Gogh capovolge il paradigma del ritrarsi sulla tela passando dalla vanità alla necessità. Durante l’anno trascorso nel confinamento di un ospedale psichiatrico, non avendo accesso a modelli che posassero per lui e non potendo uscire per dipingere paesaggi, fece del proprio riflesso allo specchio il soggetto principale delle sue opere. Come una sorta di anti Narciso che nel mito si perde contemplando la propria immagine riflessa, per lui lo specchio non è una trappola, ma uno strumento per sopravvivere che lo mette in contatto con l’unico interlocutore rimastogli, lui stesso, e che gli consente di penetrare i suoi stati d’animo attraverso il proprio sguardo, quasi in un esercizio terapeutico.
Il raggruppamento delle opere per periodi svela un’evoluzione precisa, portando impresso con sé l’ambiente in cui nasce. Così ad esempio nel biennio parigino del 1886-87, quello della scoperta degli impressionisti, l’artista dal genio incompreso per antonomasia ha uno sguardo dal piglio attento che si proietta oltre la tela. L’anno successivo ad Arles, il cambio di registro muove i passi verso un’essenzialità quasi buddhista con l’autoritratto dedicato a Gauguin, fra testa rasata e sguardo introspettivo, mentre dopo essersi mutilato l’orecchio, gli occhi diventano spenti e abbattuti, come persi nel vuoto. Infine a Saint-Rémy, compare una ricerca disperata di equilibrio con un volto in apparenza pacato ma con uno sguardo che tradisce una nuova instabilità.
Una pittura che passa dai colori e dallo sguardo
“I veri pittori non dipingono le cose come sono, le dipingono come sentono che sono” scriveva. Il suo stile maturo è infatti riconoscibile per i colori puri stesi con pennellate corpose e gestuali che restituiscono non l’aspetto esteriore delle cose, ma l’emozione che l’artista provava osservandole. Van Gogh iniziò a dipingere dopo aver tentato la strada del predicatore e in appena un decennio produsse una quantità incredibile di opere, oltre ottocento fra paesaggi, nature morte, notturni e ritratti, oltre agli autoritratti. Mancò all’età di trentasette anni per un colpo di pistola: alcuni ipotizzano il suicidio, altri la causalità per aver maneggiato malamente un’arma da fuoco o ancora per essere partito accidentalmente un colpo a dei ragazzi non lontani da lui.

Fig. 3. Vincent Van Gogh, Autoritratto, 1887, Wikipedia.org.
Questa è la cornice all’interno della quale lo sguardo è da considerare la vera chiave di lettura degli autoritratti attraverso i quali Van Gogh ricerca, detta con le sue parole, “una rassomiglianza più profonda di quella che raggiunge il fotografo”. Lo fa non tramite l’esatta fedeltà dei lineamenti, ma attraverso la verità interiore che passa per gli occhi che, come soglie aperte su un disagio che le diagnosi non riuscirono a definire, guardano dritti l’osservatore senza schermarsi e senza filtri, rivelando l’anima del pittore e tutti i suoi tormenti.
Un’autobiografia di autoritratti
D’altronde in nessuna opera come nei suoi autoritratti, Van Gogh rappresenta il suo sentire intenso e doloroso. Ne sono stati catalogati trentasette. Nell’“Autoritratto con cappello di feltro”, dipinto nell’estate del 1887 a Parigi dove si sposta per vivere con il fratello Theo, lo sguardo è immobile, tanto vitreo quanto profondo, e contrasta con l’irrequietezza della vibrazione delle pennellate dense e colorate che animano il resto della tela, in una sorta di originale interpretazione della lezione impressionista. Lo sfondo in particolare è ipnotico e vorticoso, come animato da onde centrifughe che sembrano emanare dal suo pensiero.

Fig. 4. Vincent Van Gogh, Autoritratto dedicato a Paul Gauguin, 1888, Wikipedia.org.
Anche l’“Autoritratto” conservato oggi all’Art Institute of Chicago dimostra le influenze delle nuove tecniche dei pittori francesi, come il puntinismo. Nello sfondo verde scuro e nella giacca, fa infatti uso di puntini di colori complementari, il rosso con il verde ed il blu con l’arancione, dando vita ad un risultato vivido che enfatizza lo sguardo, quasi ad anticipare l’intensità che raggiungerà due anni dopo a Saint-Rémy.
Trasferitosi ad Arles nell’intento di creare una comunità di artisti, Van Gogh reinventa il suo volto secondo suggestioni orientaleggianti in “Autoritratto dedicato a Paul Gauguin,” realizzato nel 1888: qui gli occhi hanno un taglio obliquo, meditativo e osservano da una distanza nuova. Lo sfondo è verde veronese pallido, senza ombreggiature, e l’artista si rappresenta in modo simbolico per stabilire un legame artistico e personale con Gauguin, con il quale tuttavia il rapporto fu irrequieto e la collaborazione durò solo pochi mesi.

Fig. 5. Vincent Van Gogh, Autoritratto, 1889, Wikipedia.org.
Al Musée d’Orsay c’è un “Autoritratto” molto noto, quello dipinto nel 1889, poco dopo un tentativo di suicidio. Vincent si descrive anche con le parole nella copiosa corrispondenza con il fratello, dove dice di aver visto il proprio viso più calmo, pur avvertendo che il suo sguardo fosse più instabile di prima. Sarebbe stato letto decenni dopo da un critico che aveva vissuto l’internamento in manicomio, Antonin Artaud, al quale non sfuggì che quegli occhi sotto le sopracciglia aggrottate aprivano un baratro su un’esistenza che la diagnosi clinica non era stata in grado di comprendere realmente. Le pennellate del quadro sono vertiginose ed esprimono turbolenza, come le sfumature concentriche dell’azzurro che sembrano aprire vorticosi abissi marini intorno al soggetto rappresentato.

Fig. 6. Vincent Van Gogh, Autoritratto con l’orecchio bendato, 1889, Wikipedia.org.
Del dicembre 1888 è l’“Autoritratto con l’orecchio bendato”, dipinto dopo essersi automutilato a seguito del ritorno di Gauguin a Parigi. Se Vincent era introverso e ossessivo, all’opposto Paul era mondano e amante delle donne, e per quanto entrambi cercassero verità nella pittura, i loro caratteri si rivelarono presto incompatibili segnando il primo molto dolorosamente. Qui lo sguardo è abbattuto, come perso nel vuoto e gli occhi, contrariamente agli altri autoritratti, non cercano lo spettatore ma affondano altrove, in un mondo malinconico.
In fila uno dopo l’altro, gli autoritratti costituiscono quasi un’autobiografia visiva dipinta persino con maggiore sincerità di quella che contraddistingue le lettere scritte al fratello e dove lo sguardo, tela dopo tela, non smette mai di cercare chi lo osserva.
Claudia Chiari
