Alla Galleria Doria Pamphilj di Roma, oltre alle opere di Caravaggio, è conservato il celebre ritratto di Papa Innocenzo X dipinto da Diego Velázquez nel 1650 (fig.1). Considerato uno dei piu famosi ritratti della storia, cattura l’attenzione dell’osservatore per la straordinaria capacità di fare emergere la logica e psicologia del potere del Pontefice attraverso l’espressione del suo volto e la potenza dello sguardo.

Fig.1 Ritratto del Papa Innocenzo X. Diego Velázquez. Galleria Doria Pamphilj. Roma.
Velázquez e il ritratto psicologico
Diego Velázquez (fig. 2) realizzò il ritratto durante il suo secondo soggiorno romano. In particolare, nel 1650, era pittore di corte di re Filippo IV di Spagna e godendo già di notevole fama fu introdotto negli ambienti aristocratici.
Tramite l’ambasciatore di Spagna, infatti, riuscì ad ottenere un’udienza con il Papa Innocenzo X, presso la residenza personale di quest’ultimo, Palazzo Doria Pamphilj, e in quell’occasione il Pontefice gli commissionò il dipinto.
Alla visione del lavoro, si narra che il Papa esclamò: “Troppo vero!”, riconoscendo la forza espressiva e la veridicità del ritratto, che rivela il carattere e la natura del Pontefice come uomo di potere.
Velázquez infatti non idealizza il Pontefice ma lo ritrae in modo realistico e descrittivo, evidenziandone il ruolo di governante piuttosto che di guida spirituale. I lineamenti sono duri, gli occhi socchiusi, il volto è segnato dall’età, dalle tensioni e responsabilità. La fronte é corrugata e la bocca serrata. Gli occhi guardano direttamente l’osservatore con uno sguardo penetrante, lucido, e diffidente, più confacente ad un combattente che ad un “pastore di anime”. La postura rigida, quasi di allerta, e i paramenti cardinalizi rossi indossati dal Papa accentuano la solennità e il peso del ruolo. È un’immagine di potere ma anche di un uomo solo, sotto il peso di importanti responsabilità. Lo sguardo cupo ritrae il Papa nel suo ruolo: pesante, faticoso, autoritario, necessario per governare lo Stato Pontificio in un periodo di grandi tensioni politiche. Non c’é traccia del “buon pastore di pecore” successore di Pietro. Forse Innocenzo X con la frase “troppo vero” intendeva esprimere la contrarietà di essere rappresentato nella sua nudità interiore pur riconoscendo di essere di fronte a un capolavoro.
Velasquez durante il soggiorno romano raggiunse l’apice della sua carriera e con il ritratto di Innocenzo X divenne definitivamente il pittore del “ritratto psicologico”.

Fig.2. Autoritratto di Diego Velázquez. Museo di belle arti di Valencia. Spagna.
Il contesto storico
Per comprendere pienamento l’opera in parola occorre contestualizzarla storicamente. Nel 1650, Papa Innocenzo X governava la Chiesa da sei anni ed era al centro di forti tensioni politiche, avendo problemi nella gestioni dei rapporti sia con alcune famiglie aristocratiche romane, sia con le grandi nazioni europee.
Nel 1646 Innocenzo X aveva accusato I Barberini, la famiglia del suo predecessore Urbano VIII, di corruzione costringendoli all’ esilio in Francia dove invece Luigi XIV li accolse amichevolmente. Tale differenza di posizioni e vedute provoco’ un drastico peggioramento dei rapporti diplomatici tra il Papato e la Francia.
Inoltre, nel 1648 con la Pace di Vestfalia finiva la Guerra dei Trent’anni ma lo Stato Pontificio fu escluso dai negoziati. Innocenzo X emanò una bolla papale condannando gli accordi presi dalle potenze europee ma queste ignorarono il provvedimento del Pontefice, evidenziando il declino del potere temporale della chiesa.
Nel 1650 Innocenzo X ordinò all‘esercito pontificio di attaccare e radere al suolo la città di Castro, feudo dei Farnese, come atto di vendetta contro la potente famiglia romana che lo osteggiava. Così il Papa fu malvisto da molte famiglie nobili romane e di conseguenza della Curia romana.
All’ epoca del ritratto Innocenzo X era un Papa più attento al potere temporale che a quello spirituale. Non era certo visto con particolare favore. Appariva un uomo isolato in Europa e considerato di temperamento autoritario e vendicativo all‘interno dello Stato Pontificio.
Nel ritratto di Velázquez emerge chiaramente la solitudine dell’uomo di potere, gravato dal peso delle responsabilità e decisioni che derivano dalla gestione del regno. Lo sguardo del Pontefice non trasmette misericordia, nè amore cristiano e caritatevole, ma piuttosto controllo, tensione e un certo distacco emotivo.

Fig.3. Studio del ritratto di Innocenzo X di Velázquez. Francis Bacon. Art Center di Des Moines, Iowa. USA.
Bacon e l’urlo del potere
Il ritratto di Papa Innocenzo X divenne una vera e propria ossessione per il pittore inglese del Novecento Francis Bacon, che lo reinterpretò in una famosa serie di opere realizzate tra gli anni ’40 e ’50 del 1900, note come “Screaming Popes”. Pur non avendo mai visto l’originale dal vivo, Bacon ne ha colto l’essenza attraverso riproduzioni fotografiche, probabilmente in bianco e nero.
La serie, composta da ben 45 versioni. rappresenta Innocenzo X come uomo disintegrato e prigioniero delle sue emozioni. Nello “Study after Velázquez’s Portrait of Pope Innocent X” del 1953 Bacon scompone la figura del Papa che appare in una sorta di gabbia trasparente, con la bocca aperta in un urlo silenzioso (fig. 3).
Nei quadri di Bacon la gabbia sostituisce la sontuosa sedia Papale rappresentata da Velasquez e diventa simbolo di un potere che non eleva ma imprigiona l’uomo ai suoi tormenti interiori. Con Bacon il Papa è urlante, con il viso distorto e sfigurato, non piu’ composto e solenne come nel dipinto di Velasquez. Il rosso porpora, segno del potere cardinalizio, si dissolve in veli trasparenti, perdendo consistenza e autorità. Se in Velázquez il Papa mostra una tensione sotto controllo, in Bacon la tensione esplode in un urlo muto, carico di angoscia, ricordando le caratteristiche dell‘incubo. Bacon dipinge la “serie” subito dopo la fine della II guerra mondiale, egli vede l’uomo deformato dagli orrori devastanti subiti dall’ umanità. Il ritratto di Bacon supera la rappresentazione dell‘idendità di Innocenzo X per diventare espressione dell’ angoscia universale dell’uomo moderno, deformato dagli orrori e dalle ferite della storia.
In questo senso, si può cogliere un’analogia con L‘Urlo che Edvard Munch dipinse in 4 versioni fra la fine dell’ 800 e l’inizio del 900. Come Munch, Bacon trasforma l’angoscia personale in un grido collettivo, dando voce al dolore dell’umanità intera.
Da Velázquez a Bacon: lo sguardo del potere come volto della solitudine
Nonostante la distanza temporale e stilistica tra le opere di Velázquez e Bacon, lo sguardo del Papa resta il fulcro espressivo attorno a cui ruota l’intera composizione dei due artisti. In Velázquez, però. lo sguardo è saldo, penetrante, simbolo di controllo e autorità. Il volto del Papa evoca la dignità del potere istituzionale, ma già lascia intravedere una certa rigidità, quasi una tensione trattenuta. In Bacon, invece, lo stesso sguardo si dissolve nel grido, si affligge nel tormento: il potere non è più dominio, ma prigione, non più rappresentazione, ma disgregazione dell’identità. Entrambi gli artisti, pur con linguaggi assai diversi tra loro, ci mostrano il potere non come gloria e forza, ma come peso, solitudine e conflitto interiore.
Il volto del Papa diventa specchio dell’uomo. L’essenza sacra o politica del ruolo ricoperto, viene superato dal peso che lo stesso comporta e dalla vulnerabilità che scatena. Così l’arte smette di essere rappresentazione evolvendosi in rivelazione, ricordandoci che dietro una figura di potere c’è uno sguardo umano, che spesso nasconde la paura, il disequilibrio e lo smarrimento della propria essenza.
Alessandro Prelle. Medico Chirurgo Neurologo
