Vita e contesto storico
Quella di Wildt, nato da famiglia di origini svizzere ma milanese da duecento anni, fu una fama che si oscurò progressivamente nel secondo dopoguerra, per poi essere rispolverata negli anni ’80, riportando attenzione sulle sue opere e sulla loro unicità nel panorama della scultura italiana. Considerato ad oggi un artista di grande levatura da una folta schiera di storici dell’arte, ebbe fortuna altalenante e controversa, anche in virtù della sua prossimità al regime fascista culminata nell’adesione al movimento artistico Novecento promosso da Margherita Sarfatti.
Adolfo Wildt si muove nel contesto di un romanticismo tardo ottocentesco ed è ampiamente influenzato dal secessionismo viennese e dallo stile liberty, per poi aggiungere al suo stile complessi simbolismi, fattezze di stampo classico che ricercano armonia e forme quasi gotiche che enfatizzano il carico emotivo.
Influenze e poetica del marmo. Simbolismo e inquietudine degli occhi vuoti
La cosa che più cattura della sua scultura è la levigatezza estrema del marmo che conferisce un senso di purezza assoluta e di pienezza plastica, contrapposto ad un’espressione drammatica e quasi esasperata, fra gli altri dettagli, dalla fattezza degli occhi.

Fig. 1_Adolfo Wildt, La maschera
del dolore (autoritratto), 1909, Wikipedia.org
Wildt scolpisce infatti occhi vuoti o lascia le orbite bianche sotto palpebre calate che riflettono la sua inquietudine spirituale, conferendo alle figure un afflato mistico e trasformando il marmo da semplice rappresentazione a luogo di spiritualità. L’opera-manifesto delle caratteristiche più significative della sua arte è la “Maschera del dolore” (1909), ovvero il suo autoritratto (Fig.1), che realizzò dopo una lunga crisi interiore e artistica durante la quale mutilò o distrusse diverse delle sue opere. Segnò l’inizio della sua riformulazione stilistica caratterizzata da una poetica violentemente espressionistica. Tutta la mimica facciale è profondamente dolente, dalla bocca semi aperta alle sopracciglia aggrottate, e le orbite vuote conferiscono un’aria spettrale in netto contrasto con un marmo lavorato tanto meticolosamente da sembrar vivo nella sua densità materica.

Fig. 2_Adolfo Wildt, Carattere fiero-Anima gentile, 1912_Wikipedia.org
Balzano alla mente i celebri occhi vuoti dei dipinti di Amedeo Modigliani, vissuto nello stesso periodo. “Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi” diceva Modì. Quelli scolpiti da Adolfo esprimono, con toni più tragici, il tormento dell’anima con orbite vuote che richiamano le maschere del teatro antico con un risultato espressivo e algido allo stesso tempo, come nell’opera “Carattere fiero-Anima gentile” (1912) dove ad essere assenti sono le pupille e l’eco della grecità è evidente (Fig.2). Qui i toni di avorio conferiti al marmo sono più scuri che in altre creazioni: questo perché Wildt otteneva una peculiare colorazione traslucida lucidando la superficie con stracci imbevuti di urina umana, con applicazioni più o meno ripetute a seconda della tonalità voluta.

Fig. 3_Adolfo Wildt, Vir Temporis Acti,1913_Wikipedia.org
In altre opere le palpebre sono abbassate, con l’effetto di accentuare la sofferenza di un’anima che sembra trovarsi altrove. È il caso di una delle opere più celebrate della sua maturazione artistica, “Vir Temporis Acti” (1914) che raffigura il volto contrito dal dolore di un soldato reclinato alla sua sinistra in una gestualità aspra e pervasa di drammaticità (Fig. 3). Tutto è enfatizzato all’estremo, quasi deformato dall’angoscia ma allo stesso tempo plasmato di classicità: gli zigomi, le venature sul collo, lo scavo della giugulare e delle clavicole, le narici allargate, la fronte corrugata, il costato. Le orbite sono nascoste dalle cavità oculari che le racchiudono come l’antro ombroso di una caverna. Wildt non mira ad una riproduzione fedele della realtà, ma ad un’astrazione in cerca di verità universali con una tendenza alla rarefazione concettuale che approda all’essenzialità delle idee. Il marmo diventa con lui un veicolo di introspezione.
Wildt si spense improvvisamente nel 1931 a seguito di una broncopolmonite.
Wildt e il rapporto con il potere
La sua figura è stata spesso associata al regime fascista per via delle opere in cui raffigurò il volto del duce: tanto lui era tormentato, introspettivo e distante dalla politica, quanto la sua arte incontrò il favore della dittatura per la ricercata nitidezza delle forme, l’ispirazione classica, la plasticità severa seppur intrisa di profonda verità.

Fig. 4_Adolfo Wildt, Benito Mussolini, 1925 ca._Wikipedia.org
Emblematico, il busto bronzeo di Benito Mussolini dagli occhi vuoti che l’artista realizzò nella seconda metà degli anni ’20 (Fig. 4), originariamente situato dentro la Casa del Fascio a Milano. Suo anche il ritratto marmoreo di papa Pio XI (Fig. 5), presentato alla Biennale di Venezia del 1926 e considerato uno dei suoi maggiori capolavori.

Fig. 5_Adolfo Wildt, Pio XI, 1926_Wikipedia.org
È un’opera imponente anche per dimensioni, estendendosi per oltre un metro in larghezza e altrettanto in altezza, ma lo è ancor di più per il volto austero e impassibile del pontefice che indossa una mitria sfarzosa interamente ricoperta d’oro. Non è solo il ritratto di un papa, ma di tutta Santa Romana Chiesa e della solennità del potere della Santa Sede. Anche qui, le orbite vuote. Come se chi osserva, in assenza di uno sguardo, fosse spinto ad esplorare l’interiorità della figura che ha davanti.
“L’opera d’arte non è per gli occhi, è per l’anima” era la filosofia di Adolfo Wildt.

Fig. 6_Adolfo Wildt, Il puro folle o Parsifal, 1930_Wikipedia.org
Quegli stessi occhi di cui privava le sue opere per lasciare spazio ad altro. Fu così anche per “Il puro folle” (Fig. 6), la scultura bronzea del personaggio di Parsifal che venne presentata nel gennaio 1931 alla Quadriennale di Roma, pochi mesi prima della sua morte. Il ritratto del giovane efebico dai tratti delicati e la posa incurvata erano molto distanti dalla forza e dalla virilità che richiedeva il regime, e non fu affatto apprezzato da Mussolini che si rifiutò persino di entrare nella stanza in cui era stato collocato. La Sarfatti si espresse positivamente sull’opera, ma l’episodio della Quadriennale decretò la fine della sua carriera.
Con la sua arte Wildt ci ricorda che il marmo non è solo materia: è un varco, ed il vuoto degli occhi più che un’assenza è un invito a guardare dentro. Nei suoi volti scavati, nelle orbite vuote, nella purezza quasi innaturale delle superfici, si apre uno spazio che non chiede di essere guardato, ma ascoltato. La sua scultura, sospesa tra classicità e inquietudine moderna, continua a parlarci perché non offre risposte, ma chiede di cercarle. E forse è proprio in questo silenzio levigato che si nasconde la sua eredità più viva.
Claudia Chiari
