Autoritratto scultoreo di Adolfo Wildt in marmo chiaro, con il volto levigato e un’espressione intensamente dolorosa: la bocca è semiaperta, le sopracciglia sono contratte e gli occhi sono completamente vuoti, privi di pupille. Sopra la testa emerge un secondo volto più piccolo e deformato, come una proiezione del suo tormento interiore. L’opera è montata su una targa bronzea con iscrizione. L’immagine è inserita nell’articolo per mostrare come Wildt utilizzi il proprio volto e il vuoto degli occhi per trasformare il marmo in un luogo di introspezione e inquietudine spirituale

Adolfo Wildt e il mistero degli occhi vuoti: il marmo come introspezione

Vita e contesto storico

Quella di Wildt, nato da famiglia di origini svizzere ma milanese da duecento anni, fu una fama che si oscurò progressivamente nel secondo dopoguerra, per poi essere rispolverata negli anni ’80, riportando attenzione sulle sue opere e sulla loro unicità nel panorama della scultura italiana. Considerato ad oggi un artista di grande levatura da una folta schiera di storici dell’arte, ebbe fortuna altalenante e controversa, anche in virtù della sua prossimità al regime fascista culminata nell’adesione al movimento artistico Novecento promosso da Margherita Sarfatti.

Adolfo Wildt si muove nel contesto di un romanticismo tardo ottocentesco ed è ampiamente influenzato dal secessionismo viennese e dallo stile liberty, per poi aggiungere al suo stile complessi simbolismi, fattezze di stampo classico che ricercano armonia e forme quasi gotiche che enfatizzano il carico emotivo.

Influenze e poetica del marmo. Simbolismo e inquietudine degli occhi vuoti

La cosa che più cattura della sua scultura è la levigatezza estrema del marmo che conferisce un senso di purezza assoluta e di pienezza plastica, contrapposto ad un’espressione drammatica e quasi esasperata, fra gli altri dettagli, dalla fattezza degli occhi.

Autoritratto scultoreo di Adolfo Wildt in marmo chiaro, con il volto levigato e un’espressione intensamente dolorosa: la bocca è semiaperta, le sopracciglia sono contratte e gli occhi sono completamente vuoti, privi di pupille. Sopra la testa emerge un secondo volto più piccolo e deformato, come una proiezione del suo tormento interiore. L’opera è montata su una targa bronzea con iscrizione. L’immagine è inserita nell’articolo per mostrare come Wildt utilizzi il proprio volto e il vuoto degli occhi per trasformare il marmo in un luogo di introspezione e inquietudine spirituale

Fig. 1_Adolfo Wildt, La maschera
del dolore (autoritratto), 1909, Wikipedia.org

Wildt scolpisce infatti occhi vuoti o lascia le orbite bianche sotto palpebre calate che riflettono la sua inquietudine spirituale, conferendo alle figure un afflato mistico e trasformando il marmo da semplice rappresentazione a luogo di spiritualità. L’opera-manifesto delle caratteristiche più significative della sua arte è la “Maschera del dolore” (1909), ovvero il suo autoritratto (Fig.1), che realizzò dopo una lunga crisi interiore e artistica durante la quale mutilò o distrusse diverse delle sue opere. Segnò l’inizio della sua riformulazione stilistica caratterizzata da una poetica violentemente espressionistica. Tutta la mimica facciale è profondamente dolente, dalla bocca semi aperta alle sopracciglia aggrottate, e le orbite vuote conferiscono un’aria spettrale in netto contrasto con un marmo lavorato tanto meticolosamente da sembrar vivo nella sua densità materica.

“Scultura in marmo di Adolfo Wildt raffigurante una testa umana dai tratti stilizzati e intensi: il volto è levigato, con occhi privi di pupille che creano un effetto algido e astratto. I capelli sono raccolti in elaborate trecce che si intrecciano in una struttura decorativa complessa. L’espressione è severa e composta, in contrasto con l’iscrizione sul basamento ‘Anima gentile – Carattere fiero’. L’immagine è inserita nell’articolo per mostrare come Wildt utilizzi gli occhi vuoti e la purezza del marmo per evocare simbolismo, classicità e tensione interiore, rendendo visibile il dualismo tra forza e delicatezza che attraversa la sua poetic

Fig. 2_Adolfo Wildt, Carattere fiero-Anima gentile, 1912_Wikipedia.org

Balzano alla mente i celebri occhi vuoti dei dipinti di Amedeo Modigliani, vissuto nello stesso periodo. “Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi” diceva Modì. Quelli scolpiti da Adolfo esprimono, con toni più tragici, il tormento dell’anima con orbite vuote che richiamano le maschere del teatro antico con un risultato espressivo e algido allo stesso tempo, come nell’opera “Carattere fiero-Anima gentile” (1912) dove ad essere assenti sono le pupille e l’eco della grecità è evidente (Fig.2). Qui i toni di avorio conferiti al marmo sono più scuri che in altre creazioni: questo perché Wildt otteneva una peculiare colorazione traslucida lucidando la superficie con stracci imbevuti di urina umana, con applicazioni più o meno ripetute a seconda della tonalità voluta.

Scultura in marmo di Adolfo Wildt raffigurante il busto di un uomo dal corpo teso e tormentato: il volto è reclinato verso sinistra, con la fronte corrugata, le narici dilatate e la bocca serrata in un’espressione di dolore intenso. I muscoli del collo e del torace sono esasperati, quasi scavati, mentre le orbite degli occhi sono nascoste sotto cavità profonde che accentuano la drammaticità della figura. L’opera è presentata nell’articolo per mostrare come Wildt utilizzi la deformazione espressiva e il vuoto degli occhi per trasformare il marmo in un luogo di sofferenza interiore e introspezione, uno dei punti più alti della sua maturità artistica

Fig. 3_Adolfo Wildt, Vir Temporis Acti,1913_Wikipedia.org

In altre opere le palpebre sono abbassate, con l’effetto di accentuare la sofferenza di un’anima che sembra trovarsi altrove. È il caso di una delle opere più celebrate della sua maturazione artistica, “Vir Temporis Acti” (1914) che raffigura il volto contrito dal dolore di un soldato reclinato alla sua sinistra in una gestualità aspra e pervasa di drammaticità (Fig. 3). Tutto è enfatizzato all’estremo, quasi deformato dall’angoscia ma allo stesso tempo plasmato di classicità: gli zigomi, le venature sul collo, lo scavo della giugulare e delle clavicole, le narici allargate, la fronte corrugata, il costato. Le orbite sono nascoste dalle cavità oculari che le racchiudono come l’antro ombroso di una caverna. Wildt non mira ad una riproduzione fedele della realtà, ma ad un’astrazione in cerca di verità universali con una tendenza alla rarefazione concettuale che approda all’essenzialità delle idee. Il marmo diventa con lui un veicolo di introspezione.

Wildt si spense improvvisamente nel 1931 a seguito di una broncopolmonite.

Wildt e il rapporto con il potere

La sua figura è stata spesso associata al regime fascista per via delle opere in cui raffigurò il volto del duce: tanto lui era tormentato, introspettivo e distante dalla politica, quanto la sua arte incontrò il favore della dittatura per la ricercata nitidezza delle forme, l’ispirazione classica, la plasticità severa seppur intrisa di profonda verità.

Busto bronzeo di Benito Mussolini scolpito da Adolfo Wildt: il volto è severo, con lineamenti netti e idealizzati, e gli occhi sono completamente vuoti, privi di pupille. La superficie lucida del bronzo accentua la rigidità espressiva e la monumentalità della figura. L’opera è inserita nell’articolo per mostrare come, pur distante dalla politica, Wildt abbia realizzato ritratti che il regime fascista apprezzò per la loro classicità e nitidezza formale, e per evidenziare come anche in questo caso gli occhi vuoti diventino un segno distintivo della sua poetica spirituale e inquieta

Fig. 4_Adolfo Wildt, Benito Mussolini, 1925 ca._Wikipedia.org

Emblematico, il busto bronzeo di Benito Mussolini dagli occhi vuoti che l’artista realizzò nella seconda metà degli anni ’20 (Fig. 4), originariamente situato dentro la Casa del Fascio a Milano. Suo anche il ritratto marmoreo di papa Pio XI (Fig. 5), presentato alla Biennale di Venezia del 1926 e considerato uno dei suoi maggiori capolavori.

Ritratto marmoreo di papa Pio XI scolpito da Adolfo Wildt: il pontefice è rappresentato frontalmente, con un volto austero e immobile, gli occhi completamente vuoti e privi di pupille. Indossa una mitria monumentale riccamente decorata, che accentua la solennità della figura. Il marmo levigato conferisce alla superficie una purezza quasi innaturale, mentre l’assenza dello sguardo crea un effetto di distacco e sacralità. L’immagine è inserita nell’articolo per mostrare come Wildt, anche nei ritratti ufficiali, utilizzi le orbite vuote per evocare interiorità e potere spirituale, trasformando il marmo in un simbolo della solennità della Chiesa e della sua autorità

Fig. 5_Adolfo Wildt, Pio XI, 1926_Wikipedia.org

È un’opera imponente anche per dimensioni, estendendosi per oltre un metro in larghezza e altrettanto in altezza, ma lo è ancor di più per il volto austero e impassibile del pontefice che indossa una mitria sfarzosa interamente ricoperta d’oro. Non è solo il ritratto di un papa, ma di tutta Santa Romana Chiesa e della solennità del potere della Santa Sede. Anche qui, le orbite vuote. Come se chi osserva, in assenza di uno sguardo, fosse spinto ad esplorare l’interiorità della figura che ha davanti.

“L’opera d’arte non è per gli occhi, è per l’anima” era la filosofia di Adolfo Wildt.

Scultura bronzea di Adolfo Wildt raffigurante un giovane nudo in posizione raccolta e dinamica: il corpo è piegato in avanti, una gamba sollevata su un piccolo supporto, le braccia tese in direzioni opposte come in un gesto di tensione interiore. Il volto, rivolto verso l’alto, ha un’espressione intensa e assorta. Alla base compaiono elementi simbolici, tra cui un’incudine e una zampa di leone. L’immagine è inserita nell’articolo per mostrare come, con Parsifal, Wildt porti al culmine la sua ricerca spirituale: una figura delicata e introspettiva, lontana dall’ideale virile del regime, che rivela ancora una volta il ruolo del corpo e dello sguardo interiore nella sua poetica

Fig. 6_Adolfo Wildt, Il puro folle o Parsifal, 1930_Wikipedia.org

Quegli stessi occhi di cui privava le sue opere per lasciare spazio ad altro. Fu così anche per “Il puro folle” (Fig. 6), la scultura bronzea del personaggio di Parsifal che venne presentata nel gennaio 1931 alla Quadriennale di Roma, pochi mesi prima della sua morte. Il ritratto del giovane efebico dai tratti delicati e la posa incurvata erano molto distanti dalla forza e dalla virilità che richiedeva il regime, e non fu affatto apprezzato da Mussolini che si rifiutò persino di entrare nella stanza in cui era stato collocato. La Sarfatti si espresse positivamente sull’opera, ma l’episodio della Quadriennale decretò la fine della sua carriera.

Con la sua arte Wildt ci ricorda che il marmo non è solo materia: è un varco, ed il vuoto degli occhi più che un’assenza è un invito a guardare dentro. Nei suoi volti scavati, nelle orbite vuote, nella purezza quasi innaturale delle superfici, si apre uno spazio che non chiede di essere guardato, ma ascoltato. La sua scultura, sospesa tra classicità e inquietudine moderna, continua a parlarci perché non offre risposte, ma chiede di cercarle. E forse è proprio in questo silenzio levigato che si nasconde la sua eredità più viva.

Claudia Chiari